23/05/2024
In questo numero di uscite discografiche della settimana abbiamo ascoltato gli album dei Daughter, il ritorno dei Mudhoney, Thomas Bangalter,, Emma Tricca, Teleman, Billie Marten, Blondshell e Daniel Caesar.

In questo numero di uscite discografiche della settimana abbiamo ascoltato gli album dei Daughter, il ritorno dei Mudhoney,  Emma Tricca, Teleman, Billie Marten, Blondshell e Daniel Caesar.

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Chiara Luzi e Cristina Previte

16:01:03  – 07/04/2023



DAUGHTER – STEREO MIND GAMES
(art-pop-rock)

Il trio inglese aveva ampiamente spiegato che, con questo terzo lavoro sulla lunga distanza, avrebbe ampliato le proprie prospettive sonore e stilistiche, con un approccio più corale e un suono più vario. Le anticipazioni sono state puntualmente rispettate, e ora più che mai i Daughter sono una vera band e non un’emanazione delle idee di Elena Tonra. Ciò, significa, che innanzitutto c’è una presenza molto maggiore della sezione ritmica, e poi che gli arrangiamenti sono molto più dinamici e stratificati, con tante linee strumentali diverse che interagiscono tra loro in svariati giochi di rimandi e sovrapposizioni.

Il bello di queste canzoni è che l’anima dei Daughter non sembra affatto snaturata, da un lato perché la tipologia di suggestioni sonore è abbastanza simile al passato, e cambia solo che ci si arriva con modalità più varie e articolate, e dal’altro, la voce della leader e i suoi testi rimangono altrettanto fondamentali. Abbiamo aspettato sete anni per questo ritorno e possiamo dire che ne è valsa la pena: l’ampliamento spiegato sopra, infatti, rappresenta un ottimo modo di riproporsi perché non toglie nulla ai principali punti di forza dei dischi precedenti e allo stesso tempo conferisce un po’ più di facilità d’ascolto che non guasta.
(Stefano Bartolotta)


TELEMAN – GOOD TIME/HARD TIME
(indie-rock)

Nonostante il terzo disco del 2018 “Family Of Aliens” abbia posto i londinesi Teleman su un livello molto alto in ambito indie-rock, non molti sembrano essersene accorti e, ancora oggi, parlare di loro dà la sensazione di affrontare un argomento di nicchia. Peccato, perché la band nata dalle ceneri dei Pete & The Pirates ha talento e personalità da vendere, su disco come dal vivo, e sa unire come nessun altro al momento una grande immediatezza, un groove che farebbe muovere a tempo i manichini e quel suono morbidamente psichedelico che, alcuni decenni fa, vedeva Super Furry Animals e Gorky’s Zygotic Mynci come portabandiera principali.

Ci hanno fatto attendere quasi cinque anni, i Teleman, dopo quel disco bellissimo, ma la qualità è ancora tutta lì, e queste nuove canzoni trovano un perfetto e irresistibile equilibrio tra intrattenimento e capacità di trascinare. 34 minuti strapieni di chicche in grado di far letteralmente godere qualunque appassionato di musica, con tante idee, un suono che prende per mano e fa sognare e una sensazione di dolce e rassicurante straniamento capace di far dimenticare tutti i problemi e di infondere almeno un po’ di ottimismo. Chissà se finiranno sulla bocca di tutti come si meriterebbero, ma se anche così non fosse, chi li ascolterà non rimarrà certo deluso.
(Stefano Bartolotta)


MUDHONEY – PLASTIC ETERNITY
(Grunge, Garage punk) 

La band, durante una nostra intervista lo aveva annunciato in anteprima questo nuovo album. Le idee per le canzoni del nuovo lavoro “Plastic Eternity” sono state generate per un lungo periodo durante il blocco, quindi elaborate e registrate durante un blocco di studio di 9 giorni con il produttore di lunga data del gruppo, Johnny Sangster. Musicalmente, l’album attinge praticamente all’intera gamma delle influenze eclettiche del gruppo, mescolando allegramente la psichedelia degli anni ’60, il rock/punk degli anni ’70, l’hardcore degli anni ’80 e l’eccentrico post-punk nel frullatore, insieme agli eterni favoriti del gruppo, The Stooges, Blue Cheer e Black Sabbath. 

“Souvenir of My Trip”, che è stato testato su strada durante il tour del gruppo nel Regno Unito del 2022, combina un malevolo riff centrale con una classica voce di Mark Arm, immutata dai 61 anni del cantante, arricchita dal caustico assolo di chitarra di Steve Turner. Il batterista Dan Peters e il bassista Guy Maddison mostrano tutti i tratti che li rendono un duo così killer: compatto e dinamico, come una versione garage-rock di una sezione ritmica di una big band. “Plastic Eternity” si chiude con “Little Dogs”, una celebrazione umoristica ma sentita della capacità dei nostri compagni a quattro zampe di portare gioia nei tempi più bui. “In these of times of trouble, I love a little dog”, canta Arms su una linea di chitarra che ricorda il re twang dei B-52, Ricky Wilson. È una deliziosa conclusione di quello che potrebbe essere il miglior album di Mudhoney.
(Cristina Previte)


DANIEL CAESAR – NEVER ENOUGH
(R&B, soul) 

Caesar promuove la sua inimitabile discografia con “NEVER ENOUGH”. Con ciascuno dei suoi progetti che contengono un suono unico e un’energia distinta, è difficile confrontarli l’uno con l’altro, ma questo può essere considerato la quintessenza del disco di Daniel Caesar.

L’intro guidata dal synth di “Let Me Go” sanguina in voci di sottofondo eteree e un ritmo ticchettante, mentre “Valentina” vede Caesar riflettere sul suo amore tossico per una donna rapita in cima a tamburi taglienti e vaporosi della tastiera. Tuttavia, un suono in evoluzione non equivale a una completa reinvenzione dell’arte; “NEVER ENOUGH” illustra gli stessi temi di amore, morte e fede su cui Caesar ha riflettuto nei suoi album precedenti esplorando contemporaneamente i concetti di tempo e spazio nella ballata “Toronto 2014”, con il prolifico talento Mustafa.

In quest’ultimo, le corde della chitarra acustica leggermente pizzicate lasciano il posto al piano malinconico mentre il pacato nativo di Regent Park lamenta gli ornamenti della fama nel suo tono inconfondibilmente delicato, che trasuda dolore. “Always” vede un Cesare vulnerabile promettere il suo amore eterno su uno strumentale teneramente arrangiato che gradualmente si gonfia in un’abbagliante sinfonia di pianoforte, batteria, chitarra e voci di sottofondo. La canzone contiene forse il momento migliore dell’album. “NEVER ENOUGH” è una dimostrazione coerente di sperimentazione di genere che consolida il posto di Caesar come uno degli artisti più intelligenti e talentuosi nel pantheon R&B di oggi in costante mutamento.
(Cristina Previte)


BILLIE MARTEN – DROP CHERRIES
(folk, songwriting)

È con un lieve mantra sussurrato che Billie Marten ci apre le porte del suo quarto album in studio, Drop Cherries. L’opener, New Idea, è infatti un brano semplicissimo che somiglia ad un lungo respiro meditativo che scivola lieve sulle note di una chitarra acustica. È da questo nuovo inizio che Marten comincia a raccontare le sue storie d’amore, le complessità delle relazioni e le disillusioni, ricamandole delicatamente nei tredici brani di un lavoro intimo e maturo.

Con questo album la giovane artista dello Yorkshire sembra aver trovato la sua parte più autentica, che in realtà altro non è che un ritorno alle sonorità degli esordi. Drop Cherries è un concept album capace di disegnare un paesaggio sonoro minimale arricchito da incursioni orchestrali ben calibrate, Tongue, e batteria acustica. Sin dal primo ascolto si subisce il fascino di questo lavoro incredibilmente semplice quanto ricco, dove i brani scorrono seguendo il ritmo di un lungo respiro.
(Chiara Luzi)


EMMA TRICCA – ASPIRIN SUN 
(psych rock, indie-folk)

L’italianissima Emma Tricca, di stanza a Londra, giunge al suo quattro album in studio e lo fa con la sfrontatezza della veterana. Il disco è prodotto da Bella Union e presenta Steve Shelley dei Sonic Youth, il chitarrista dei Dream Syndicate Jason Victor e il bassista Pete Galub. Aspirin Sun è un disco decisamente convincente, che potrà tediare i neofiti del songwriting, ma che mantiene ha la capacità di mantenere salda una linearità sonora e testuale lasciando la netta percezione di avere tra le mani un disco importante di una musicista diventata completa. Da segnalare, infine, la liquida Autunn’s Fiery Tongue, una psichedelica traccia capace di creare, in cinque minuti, un microcosmo musicale e narrativo ammaliante.
(Giovanni Aragona)


BLONDSHELL – BLONDSHELL
(alt rock)

Mentre il mondo stava cambiando, Sabrina Teitelbaum, da New York,  esplorava un nuovo territorio sonoro lasciandosi alle spalle il suo precedente progetto pop e abbracciando un suono più oscuro e crudo.  L’album di debutto omonimo di Blondshell, prodotto da Yves Rothman, è un mezzo capolavoro, un disco toccante e potente che cerca di esplorare le complessità dell’amore e delle relazioni mentre cresce navigando nelle acque insidiose di un mondo che può essere travolgente e manipolativo. In tutto l’album Teitelbaum affronta senza paura le turbolenze e l’oscurità delle sue stesse esperienze.

Questo esordio potrebbe diventare uno dei migliori album del 2023 e non solo: in appena 32 minuti, quest’astista potentissima scrive una della pagine più interessanti di questo periodo e lo fa mettendosi totalmente a nudo dimostrando una capacità di songwriting e una sensibilità disarmante. Blondshell è un album che ci ricorderà, per molto tempo fidatevi, che c’è luce anche nei luoghi più oscuri. Capolavoro.
(Giovanni Aragona)


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