23/05/2024
In questo numero di uscite discografiche della settimana abbiamo ascoltato il ritorno dei Phoenix, demo e b-sides da PJ Harvey, Carla Dal Forno, le First Aid Kit, Cavetown, Mount Kimbie e le Big Joanie.

In questo numero di uscite discografiche della settimana abbiamo ascoltato il ritorno dei Phoenix, demo e b-sides da PJ Harvey, Carla Dal Forno, le First Aid Kit, Cavetown, Mount Kimbie, Darren Hayman e le Big Joanie.

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Chiara Luzi e Flaminia Zacchilli

16:08:10  – 04/11/2022



PHOENIX – ALPHA ZULU
(pop)

La band francese torna a 5 anni da quel gran bell’omaggio all’Italia che fu “Ti Amo”, un disco vivace, ispirato e di personalità, che aveva rappresentato una piccola rinascita dopo lo scialbo “Bankrupt”. Questo “Alpha Zulu” si pone a metà strada tra i due precedenti in termini di qualità e, pur risultando piacevole, non tocca i migliori livelli della carriera di Thomas Mars e soci. Lo stile è riconoscibilissimo nei diversi aspetti che hanno garantito il successo ai Phoenix. Lo stile vocale, la ritmica coinvolgente e quell’innata capacità di fondere tra loro melodie e ritmo in modo che ognuno dei due elementi valorizzi l’altro.

Diciamo pure tranquillamente che siamo di fronte al classico caso di bel disco che, però, soddisfa meno di quanto potrebbe se si pensa a ciò che gli autori hanno saputo fare in passato. E poi, diciamo anche che la nobile arte del pop fa sempre più fatica ultimamente a far valere il proprio sangue blu ed è sempre più svilita da progetti che mettono in mostra soprattutto i lati negativi del genere, per cui un bel pop fatto bene è sempre un gradito toccasana. L’ascolto è, quindi, consigliato comunque, con il ma di cui sopra.
(S.B)


DARREN HAYMAN – YOU WILL NOT DIE 
(songwriting)

Sono ormai 25 anni che Darren Hayman scrive e pubblica canzoni con una frequenza da vero stakanovista, prima con gli Hefner e poi da solo. Col passare degli anni, il Nostro si è sempre più allontanato dall’idea di album come una semplice raccolta di canzoni, ispirandosi sempre a una tematica ben precisa quale filo conduttore della sua produzione.

Nella sua discografia ci sono, ad esempio, un omaggio strumentale alle antiche piscine britanniche, un ricordo del periodo della caccia alle streghe, un esperimento di un mese intero in cui goni giorno veniva scritta da zero e registrata una canzone, un disco registrato di nascosto a casa di amici musicisti cui era andato a far visita.

Qui, invece, non c’è nulla di tutto questo. Le canzoni sono accomunate da un concetto molto più semplice e comune a diversi altri autori: quello legato al fatto che le relazioni iniziano e finiscono e che gli esseri umani reagiscono ai cambiamenti in modo sempre diverso.

Di comune, però, nella musica di Hayman non c’è niente, e se, con gli Hefner, veniva spesso accostato ai Violent Femmes, ora il suo stile è subito riconoscibile e associabile solo a lui. Il suo modo di unire delicatezza e spigolosità, introspezione e schiettezza, strutture enigmatiche e immediatezza è unico e qualunque cosa fa, Darren è sempre in grado di ammaliare l’ascoltatore attento. Anche in questo caso, con un disco così lungo (24 brani per 91 minuti), è facile immergersi nel lavoro di questo autore e non volerne più uscire. L’essenzialità la fa da padrona ma le interazioni tra morbidi suoni acustici, elettronica gentile e un cantato agrodolce sono sempre efficaci e mai ripetitive, e così viene naturale mettersi lì e dondolarsi metaforicamente. Il consiglio, per i lettori, è che lo facciano anche loro, e non se ne pentiranno di certo.
(S.B)


BIG JOANIE – BACK HOME
(alt-rock)

Ne hanno fatta di strada le Big Joanie da quando si sono formate nel 2013. Tre musiciste molto dotate e già attive in altri progetti, hanno iniziato a suonare tra loro e, pian piano, tutto il resto che ognuna di loro stava facendo è stato messo da parte, fino ad arrivare al debutto del 2018 pubblicato nientemeno che dalla Kil Rock Stars. Da lì in poi la visibilità è aumentata esponenzialmente, con tanti concerti e aperture importanti come per le Bikini Kill e le Sleater-Kinney, per cui sarebbe stato sensato da parte del trio di battere il ferro finché era caldo e pubblicare un secondo disco a stretto giro. Invece, sono passati ben quattro anni, che, in queste nuove canzoni si sentono tutti, perché la cura dei dettagli e l’attenzione a non suonare come nulla di davvero già sentito è palpabile e forse questa affermazione potrà sembrare esagerata, ma viene difficile pensare a un progetto musicale attuale più capace di questo di rifuggire da qualunque influenza e di suonare come una cosa a se stante, lontano da tutto e, allo stesso tempo, risultando relativamente accessibile e immediato.
Se il debutto era cupo, spigoloso e rabbioso, qui ci si muove a tutto tondo, senza aver paura di essere melodici, o di alleggerire il suono con le tastiere, o di usare le distorsioni non per inasprire ma per rendere il tutto più aperto e sognante. Melodie impeccabili, arrangiamenti parimenti compatti e multiformi, un’interpretazione vocale senza fronzoli ma anche ricca di sfumature e di profondità.  Anche nei testi non ci si fa remore a esplorare tematiche diverse, tutte basate sull’idea di casa (da qui il titolo) che può rappresentare il luogo dove si dimora, o la propria Nazione, o la propria persona, con tutte le riflessioni e le situazioni connesse a ognuna di queste idee. In definitiva, questo è un disco che già al primo ascolto suona notevolissimo e lascia immaginare un futuro ancor più radioso del già ottimo presente per questo splendido progetto.
(S.B)

FIRST AID KIT – PALOMINO 
(indie-folk)

Siamo nel boom della nostalgia sì tipo: e non è necessariamente un male, perché ogni generazione ha il suo sound e finché suona bene non c’è di che preoccuparsi. E alla già pingue lista di ottime uscite di Tove Lo, Carly Rae Jepsen, Tegan & Sara, Fletcher, Dragonette e sì, anche Taylor Swift, si aggiunge anche Palominoquarta fatica discografica del duo svedese delle First Aid Kit.

Se vi piacciono ritornelli orecchiabili e melodie contagiose accompagnate da un male di vivere tutto giovanile non dovete assolutamente mancare all’appello con le First Aid Kit. Armonie impeccabili, sorrisi tristi alla Karen Carpenter su sintetizzatori e archi da titoli di coda: un cavallo di battaglia (color Palomino, ovviamente) su cui andare fino in fondo. “I love you, even if you don’t love me”. E questo è il ritornello di una delle tracce più accese.
(F.Z)


CARLA DAL FORNO – COME AROUND
(dream pop, alt-rock)

Il basso cupo della magnetica Side By Side ci introduce nel mondo onirico di Come Around, terzo lavoro in studio di Carla dal Forno. Il disco, prodotto da Kalista Records l’etichetta creata dalla stessa dal Forno, continua in un certo senso a battere la strada del precedente Look Up Sharp, conservando le influenze dreamy. Nel complesso però la struttura dei brani di Come Around, fatta di synth e riverberi vocali, risulta essere molto più semplice. Nonostante questa linearità, l’artista crea penetranti atmosfere rarefatte che avvolgono l’ascoltatore come un manto vellutato, Stay Awake. Come Around restituisce un senso di solitudine e ansia, Deep Sleep, che dal Forno ha sicuramente voluto esorcizzare. Liberando questi sentimenti cupi dal senso di oppressione l’artista riesce ad ipnotizzare l’ascoltatore fino all’ultima nota dell’album.
(C.L)


CAVETOWN – WORM FOOD
(indie pop)

Warm Food, nuovo album in studio di Cavetown, arriva a soli due anni di distanza da Sleepyhead ma in questo nuovo lavoro è evidente una crescita del giovane musicista inglese. Il disco conserva intatte le sonorità indie e dream pop che caratterizzano lo stile di Skinner, ma nel complesso la scrittura e la struttura dei brani mostrano una progressione dell’artista. Le collaborazioni di Vic Fuentes, Beabadoobee e Chloe Moriondo donano ulteriore intensità a questo lavoro che nel complesso risulta essere un gradevole ascolto. Non è un disco perfetto ma Skinner riesce a farsi perdonare lo scivolone di 1994, brano dal forte rimando pop dei primi 2000, con laundry day, la delicatissima ballad che chiude il disco. Worm Food non è uno di quei lavori che cambierà la storia di un genere ma è sicuramente un album che avremo piacere ad ascoltare nei prossimi mesi.
(C.L)


PJ HARVEY – B-SIDES,DEMOS AND RARITIES 
(alternative rock)

PJ Harvey chiude il cerchio con quest’ultima sfornata di materiale impacchettato e riscovato da vecchi cassetti e antichi ricordi. Ben 59 tracce, molte delle quali precedentemente non disponibili digitalmente o fisicamente, con una manciata che sono totalmente inedite. La collezione B-Sides, Demos And Rarities sarà disponibile in versioni 6xLP, 3xCD e digitali. Dei brani inediti nulla ci è sembrato così importante e rilevante, molto molto stuzzicante, invece, le demo inedite di “Dry” e “Missed”. Per i fan della primissima ora è oro colato.
(G.A)


MOUNT KIMBIE – MK 3.5: DIE CUTS | CITY PLANNING
(Dubstep, Art Pop, Indietronica)

A distanza di cinque anni da Love What Survives, entrambi gli attori protagonisti del progetto Mount Kimbie hanno ben pensato di intraprendere strade diverse. Dom Maker si è trasferito a Los Angeles e ha lavorato con l’amico intimo e collaboratore di lunga data James Blake su diversi progetti, Kai Campos ha girato il mondo proponendo raffiche di set.

 MK 3.5: Die Cuts | City Planning è essenzialmente un doppio album solista diviso tra ogni membro, che mostra approcci e idee, separate. Il lavoro firmato Maker è un disco pop ma per niente allegro: a tratti è inquietante e, con il supporto di numerosi ospiti, riesce ad emergere come uno dei lavori rap-pop più “sinistri” degli ultimi anni.  Il lavoro di Campos, City Planning, è un insieme di concetti astratti e uptempo, creati da battiti veloci e vorticosi che lasciano spesso l’ascoltatore senza fiato.  Un buon disco postmoderno stratificato di simboli e suoni diversi. L’unico problema è: non abbiamo capito – laddove esista – il filo conduttore dei due lavori.
(G.A)


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