24/06/2024
In questo numero di uscite discografiche parliamo dell'ultimo disco degli Animal Collective, e dell'importante ritorno in pista dei Black Country, New Road. A seguire prestate attenzione all'EP di Marissa Nadler, al pop di Cate Le Bon, al fragoroso sound degli A Place To Bury Strangers e a Mitski. 

In questo numero di uscite discografiche parliamo dell’ultimo disco degli Animal Collective, e dell’importante ritorno in pista dei Black Country, New Road. A seguire prestate attenzione all’EP di Marissa Nadler, al pop di Cate Le Bon, al fragoroso sound degli A Place To Bury Strangers, al ritorno dei Korn e Mitski. Per gli amanti dell’hip hop ecco l’ultimo lavoro targato Saba.

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta e Chiara Luzi

14:29:10  – 04/02/2022



ANIMAL COLLECTIVE – TIME SKIFFS
(experimental pop, psych pop)

Il ritorno degli Animal Collective dopo cinque anni di silenzio avviene sotto l’influsso di una buonissima, e fortemente ispirata, stella. Nel corso di due decadi la band ha saputo creare un universo sonoro multiforme che appartiene a loro e a nessun altro. È all’interno di questo spazio che i musicisti hanno trovato nuova ispirazione per Time Skiffs, un lavoro che è la sintesi di ciò che gli AnCo sono stati e quello verso cui stanno evolvendo.

L’album, registrato nel 2020, è caratterizzato ovviamente dall’uso dei sintetizzatori, armonizzazioni vocali ed una altissima dose di eclettismo, ma vi è al contempo un groove che rende le complesse texture sonore fluidissime. I nove brani scorrono molto bene, sono il ritratto di una band in forma, capace di creare piccoli gioielli come Cherokee o l’eterea Royal and Desire. C’è sicuramente energia in questo disco, ma al contempo vi è una diversa consapevolezza nei confronti dell’esistenza stessa che si ripercuote nei brani. Il tempo passa ma gli Animal Collective continuano ad esplorare con meraviglia le mille possibilità del suono.
(C.L) 


BLACK COUNTRY, NEW ROAD – ANTS FROM UP THERE 
(experimental rock)

Sui Black Country, New Road, l’alone di Hype è smisurato. L‘album di debutto di New Road ha paralizzato il mondo del rock molto prima della sua uscita e – giustamente – la pressione con questo secondo lavoro si è attenuata. Diciamolo senza grandi indugi: non è un male riporre tante attese nei confronti di una band, ma è sano e maturo far lavorare in pace le nuove generazioni. L’ultimo disco, a differenza dei ritmi vertiginosi ascoltati e respirati all’esordio, si crogiola principalmente in una colossale lentezza che estrae diverse tonnellate di rumore e claustrofobia. Ants From Up There è molto più ricco e ampio di idee, ed è – udite udite –  intriso di un romanticismo più contemplativo e pensieroso. 

La maggior parte del disco strizza l’occhio all’ultimo periodo di Bob Dylan bagnato di uno strambo jazz suonato con maestria e disciplina sonora. Non pensavamo, francamente, che questi ragazzi potessero riuscire in così poco tempo a cesellare un lavoro così “liricamente fine” e ben ragionato.  La sterzata melodica del gruppo giunge in un periodo assai burrascoso per la band.

Più melodico che mai, “Ants From Up There” fotografa una band nel loro momento più delicato visto le rasformazioni in atto. Nel complesso, l’ensemble suona incredibilmente ancora fedele al “modello Slint” del passato, ma tutto è ancor migliorato. Bravi, ancora una volta.
(G.A) 


CATE LE BON – POMPEII
(art-pop, songwriting)

La cantautrice gallese giunge al sesto album e ci propone un lavoro con due tipologie di canzoni: quelle con le melodie sghembe e suggestioni da musica da camera, alla Rufus Wainwright per intenderci, e quelle più lineari e scorrevoli, con le melodie che, in questo caso, sono più rotonde e definite. Il disco, nel complesso, si lascia ascoltare, non c’è nulla per cui saltare sulla sedia ma tutte le canzoni risultano solide, ben confezionate e altrettanto ben interpretate, sia vocalmente che musicalmente.
(S.B)


MARISSA NADLER – THE WRATH OF THE CLOUDS (EP)
(psych folk)

A pochi mesi da The Path of the Clouds torna in pista l’interessante Marissa Nadler. Cinque tracce, ben arrangiate infarcite da tre inediti registrati durante le sessioni del precedente disco e due buonissime cover: Saunders Ferry Lane, ballata country folk scritta da Janette Tolley e Jean Whitehead e registrato nel 1970 da Sammi Smith, e Seabird degli Alessi Brothers pubblicata a metà degli anni ’70. Un lavoro interessante che nulla aggiunge alla discografia dell’artista ma che apre, nuovamente, un ventaglio di atmosfere noir mescolate ad un terribile sapore sensuale proveniente da una voce unica.
(G.A)


MITSKI – LAUREL HELL 
(art pop, indie pop)

Una genesi lunghissima ha portato finalmente al nuovo album targato Mitski. Brani intelaiati ancor più della pandemia in un periodo totalmente differente di quello che oggi stiamo vivendo. I fan che hanno seguito la traiettoria dell’artista non saranno esattamente sorpresi dalla direzione musicale di Laurel Hell , che è stata prodotta e registrata dal collaboratore abituale Patrick Hyland. Le canzoni sono più brillanti, gli arrangiamenti più eleganti, la voce di Mitski più dolente che mai. La focale è l’amore e, nella meravigliosa chiusura affidata a“That’s Our Lamp”, l’artista documenta i momenti finali di una relazione che finisce. Un album manifesto, molto ben arrangiato, in cui Mitski ci ricorda di essere più gentili con noi stessi.
(G.A)


KORN – REQUIEM
(nu metal)

Prodotto dai Korn e Chris Collier, il disco è stato concepito in circostanze molto diverse rispetto alla maggior parte del catalogo della band. Stimolata da un nuovo processo creativo senza vincoli di tempo, la band è stata in grado di metter su un disco molto diverso rispetto al passato. Se “The Nothing” del 2019 ha segnato una reinvenzione dei Korn, ‘Requiem’ è l’evoluzione. I tempi stanno cambiando e i Korn hanno capito che bisogna adattarsi. Il disco naviga nel mezzo dell’ondata di revivalismo nu-metal, ma ha il potenziale per presentare la mitologia completa di Korn alle nuove generazioni. Il Nu metal è pronto a rivivere ed uscire, finalmente, dallo stagno.
(G.A)


SABA – FEW GOOD THINGS
(Hip Hop)

Avevamo lasciato Saba nel 2018, quando aveva pubblicato un intenso lavoro solista, CARE FOR ME, il cui scopo principale  era quello di elaborare la morte del cugino Walter Long (co-fondatore insieme a Saba, MFnMelo, Joseph Chilliams del collettivo Pivot Gang). Oggi il rapper di Chicago è tornato finalmente a splendere con un disco in cui scorre nuova tempra. Saba sa bene come utilizzare le lezioni di stile dei grandi maestri, le filtra, le mixa con il suo talento e una goccia di jazz. Il risultato è Few Good Things, pregevole distillato sonoro.

La profonda radice di questo lavoro affonda nelle atmosfere sospese di Flying Lotus, ricorrenti in tutto il disco e ben evidenti nell’opener Free Samples. Ascoltando a fondo si può percepire l’influenza di DOOM riproposta egregiamente in a Simpler Time. L’album è vario e slanciato, se CARE FOR ME era chiuso e intimo, Few Good Things propende verso l’altro in un perfetto equilibrio fra lentezza e irrequietezza. Fra i vari featuring troviamo Mareba,Eryn Allen Kane e la Pivot Gang al completo.
(C.L)


A PLACE TO BURY STRANGERS – SEE TROUGH YOU
(noise rock, shoegaze)

Riecco i fragorosi A Place to Bury Strangers, quattro anni dopo l’ultimo lavoro in studio. Il disco è pubblicato su Deadstrange, etichetta di proprietà della stessa band statunitense e il risultato è di buona fattura. Il suono è meno poliritmico e più abrasivo rispetto al passato. Tra scariche elettriche, e violente distorsioni, l’album penetra in maniera cruda e decisa. Unica nota: sarebbe stato più opportuno limitare la durata del lavoro, in tutta onestà ci è sembrato un pelo troppo spalmare tredici brani in quasi 1 ora. Il resto vien da se: sono gli APTBS, maestri nel genere e affidabili come pochi.
(G.A)

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