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Le migliori uscite discografiche della settimana| 26 marzo

Mettetevi comodi, questa è una ricchissima settimana di uscite discografiche. In questo numero vi raccontiamo del fragoroso ottimo ritorno in pista della creatura formata da Mike Patton, i Tomahawk, così come gli ottimi lavori di Tune Yards e The Antlers.

A seguire prestate attenzione al ritorno degli Xiu Xiu, al baroque pop di Serpentwithfeet, ai Death From Above 1979 a Lost Girls e all’indie rock dei Real-Estate. Trouble in Mind continua a scaldare i nostri cuori ed ecco un bel disco sperimentale a firma Writhing Squares. Molto interessante il “fresco” indie-rock dei Floatie, il nuovo lavoro di Markus Rom (qui come Oh No Noh) e quello del duo Special Friend. Due dischi italiani da ascoltare: quello dei torinesi Smile e quello dei milanesi Pinhdar. Per gli amanti dell’hip hop suggeriamo l’ascolto di NF.

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Chiara Luzi e Paolo Latini



TOMAHAWK – TONIC IMMOBILITY
(alternative rock, alternative metal)

Il silenzio, lungo otto anni, dei Tomahawk, viene rotto da Tonic Immobility nuovo fragoroso lavoro della band guidata da Mike Patton. Il tempo sembra non trascorrere per un progetto che sembra ancora dover scrivere molte pagine di una già interessante carriera. Tonic Immobility dimostra ancora una volta, che il vero punto di forza del progetto resta il frontman dei Faith No More. Il suo graffio vocale non è assolutamente scalfito dall’età e ogni traccia è pienamente intelata attorno alla sua voce.  

Un lavoro che viene sorretto anche dalla chitarra di Duane Denison. La sua inimitabile poliedricità fatta di punk, metal, jazz e country fornisce sia un ambiente sconcertante che il brivido dinamico di passare da una spaventosa e spaziosa inquietudine alla violenza totale. Tonic Immobility suona come un film di Lynch le cui scene, e i suoi mondi paralleli, sono generati dal distacco della vita terrena e dalla costruzione di universi perversi e onirici.
(G.A)


THE ANTLERS – GREEN TO GOLD
(songwriting)

“Ho volute fare musica per la Domenica mattina” dice Peter Silberman, il leader degli Antlers che tornano dopo sette anni di assenza, e la missione è perfettamente compiuta. Il disco è rilassato, morbido ed emana il calore di un abbraccio; vuole dirci che “andrà tutto bene”, ma senza retorica, né frasi fatte. Silberman ci dice che queste canzoni sono semplicemente il documento di due anni della propria vita, e la trasposizione in musica di questo concetto è la perfetta rappresentazione di come anche la quotidianità può darci tanto benessere, ovviamente se viene vissuta apprezzandone gli aspetti positivi, e non come una costrizione, come probabilmente a molti di noi sta accadendo.

Un disco così, con questa delicatezza che discende in modo così diretto da una rilassatezza emotiva che fino a un anno fa era normale, ma ora non lo è più, può non solo e non tanto ricordarci cosa stiamo perdendo, ma anche e soprattutto aiutarci a riconnetterci con quella sfera così basilare per ogni essere umano.
(S.B)


TUNE YARDS – SKETCHY
(art pop, Worldbeat)

I Tune Yards non hanno una via di mezzo: o piacciono o se, questo genere non fa per voi, cambiate assolutamente ascolto. Sketchy è un disco intelligente, ben articolato ma al contempo inquietante, dirompente e pienamente centrato. Da oltre un decennio, i due affrontano il loro personale concetto di musica polifonica  passando dall’art pop alla musica  elettronica.

Il duo ha una così grande consapevolezza dei propri mezzi che avverte necessariamente la voglia di dover osare e sperimentare (anche troppo in certe scorribande). Sketchy è sicuramente un bel disco pieno di colori e idee mescolato a narrazioni culturali e giustapposizioni (stavolta fuori posto) che proiettano Sketchy in cima alle nostre preferenze della settimana. Il coraggio paga e i Tune Yards hanno raggiunto picchi di creatività altissimi. Bravi.
(G.A)


XIU XIU – OH NO
(Art Pop, Experimental Rock, Post-Industrial)

I fascinosi Xiu Xiu giungono al loro dodicesimo album in carriera, una raccolta di duetti infarcito dalla presenza di numerosi ospiti (da Sharon Van Etten a Chelsea Wolfe a Angus Andrew dei Liars). Xiu Xiu creano la colonna sonora perfetta sul come ci siamo comportati tutti in questo ultimo anno. Disco nato dall’angoscia e dall’isolamento e si vede, si sente dall’inizio alla fine. In tutte le quindici tracce del disco, ciascuna accompagnata da un cantante diverso, Jamie Stewart e Angela Seo mostrano le loro emozioni in un modo quasi disturbante.

OH No ha però un Doppelgänger interno potentissimo: in tempi oscuri non siamo mai veramente soli e che protendersi verso gli altri attraverso la solitudine e l’isolamento aiuta ad alleviare questo fardello. Vi suggeriamo infine la visione degli onirici video realizzati dalla talentuosa Angela Seo, dei veri gioielli di avanguardia e scuola surrealista.
(G.A)


DEATH FROM ABOBE 1979 – IS 4 LOVERS 
(alternative, dance punk)

Sembra ieri eppur sono trascorsi vent’anni dal primo album dei Death From Above 1979 giunti al loro quarto album in carriera. In 20 anni il duo ha affinato la propria arte, sfruttando la natura selvaggia dei loro primi anni e portandola in una direzione più stabile e matura. Possono piacere o meno ma i D.F.A stanno gradualmente accumulando una delle discografie più coerenti del genere.

“Is 4 Lovers” è sia una degna aggiunta alla collezione di ciò che la band ha costruito nel corso degli anni, ma è anche un lavoro fragoroso e ben riuscito tra dance punk (N.Y.C Power) e l’elettronica di Glass Homes. Potrebbe essere questo il disco da ballare al termine, si spera presto, di questo incubo chiamato Covid-19.
(G.A)


LOST GIRLS – MENNESKEKOLLEKTIVET
(art pop, experimental)

Molta attesa attorno a questo nuovo progetto ideato da Jenny Hval e del polistrumentista Håvard Volden che formano i Lost Girls dopo un decennio di collaborazione passate.  Menneskekollektivet , che significa “collettivo umano” in norvegese,  racchiude in se gli elementi avant pop dei precedenti sforzi di Hval, mentre allo stesso tempo esplora territori più sperimentali come l’ambient, la trance e lo spokenword.

Il risultato è un album che sembra sia familiare che nuovo, dal suono classico ma spigoloso.  Un lavoro onesto spalmato in 45 minuti e racchiuso in appena 5 brani capace di catapultare l’ascoltatore in universi paralleli e affascinanti. Un buon esordio.
(G.A)


SERPENTWITHFEET – DEACON
(R&B, baroque pop)

A distanza di tre anni dal suo debutto torna finalmente serpentwithfeet. DEACON è l’altra faccia del debutto Soil, mentre qui il leitmotiv erano il tormento e il dolore che l’amore può causare il suo secondo lavoro trova linfa nella pacificazione. DACON è un ode all’amore, è la celebrazione della sua forma più autentica, libera da pregiudizi sessuali e razziali. I brani sono invasi da una luce che trova nelle melodie R&B contaminate dal gospel e dal soul.

Josiah Wise ha nuovamente un cuore leggero e libero, ha trovato una specie di armonia con l’universo e vuole condividerla con noi. I brani sono comunque complessi, le texture sonore sono lavorate meticolosamente e gli intrecci vocali sono quasi angelici. Non c’è tragicità, solo luce. Con questo lavoro serpentwithfeet conferma il suo essere un artista complesso ed interessante.
(C.L)


REAL ESTATE – HALF A HUMAN (EP)
(Indie rock)

Durante la lavorazione del loro ultimo disco The Main Thing, i Real Estate hanno collezionato una grande quantità di materiale che il lockdown forzato ha permesso loro di riprendere in mano e finire di lavorare. Nasce così Half A Human, un Ep di sei brani in cui la band ha sperimentato un nuovo modo di approcciarsi al lavoro.

A livello sonoro questo lavoro è perfettamente in linea con lo stile della band: un gradevolissimo indie rock puntellato da ottime chitarre. Fanno comparsa elementi retrò che arricchiscono la struttura dei brani. Garantiamo un ascolto rilassato.
(C.L)


SMILE – THE NAME OF THIS BAND IS SMILE 
(indie-pop)

Quattro ultratrentenni di Torino decidono di fare come si faceva una volta da teeneger: prendono una chitarra, un basso e una batteria e si mettono a scrivere e produrre canzoni che non nascondono nemmeno per un secondo le band a cui si ispirano (in questo caso REM e Smiths) e i cui testi parlano di cose con cui si ha a che fare normalmente all’età degli autori, e dunque, in questo caso, stando a quanto dicono loro stessi, “burocrazia, bollette da pagare e precarietà”. 8 canzoni, 27 minuti, una produzione senza filtri e via andare, tra melodie vocali indovinate, ricami di jangle perfettamente a fuoco e ogni volta ottimi nell’interagire con le suddette linee vocali, e una sezione ritmica compatta ma non troppo invadente, come dev’essere in questi casi.

Il disco è di quelli per cui non servirebbe spendere molte parole, perché, semplicemente, è verace e trascinante, e si spiega benissimo da solo.
(S.B)


WRITHING SQUARES – CHART FOR THE SOLUTION
(psych/kraut/experimental)

È sempre un piacere parlare di un disco pubblicato da  Trouble In Mind. Soprattutto perché è una delle poche etichette discografiche veramente etiche che esistono là fuori. I tenutari Bill e Lisa Roe reinvestono tutto quel poco che guadagnano con l’etichetta nell’etichetta stessa, separandola così dalla fonte di reddito personale. È l’unico modo per continuare a pubblicare musica veramente indipendente: indipendente soprattutto dalle logiche di mercato e dalla dittatura del gusto medio.
Tradotto in termini estetici, invece di  dischi a misura di mercato su Trouble In Mind trovi cose come questo pazzesco Chart for the Solution dei Writhing Squares, ossia il sassofonista Kevin Nickles e il bassista e percussionista Daniel Provenzano che  in quel di Philadelphia si prendono lo spazio di un disco doppio per portarti a spasso tra il kraut più ostico e ruvido (la Can-iana “North Side of the Sky”), lunghe cavalcate space-rock (“The Pillars”), intermezzi garage e parentesi psichedeliche velate di free-jazz dove sembra di sentire una versione lo-fi dei Soft Machine sotto acido. Un disco che dovrebbe suonare démodé, e che invece suona stranamente moderno, anzi quasi futuristico. Da ascoltare al massimo volume finché non ti sanguina il cervello.
(P.L)

FLOATIE – VOYAGE OUT
(indie-rock)

Si definiscono “frog-rock,” e il polistrumentista Will Wisniewski spiega che il termine serve come negazione di “prog-rock”: “dici prog-rock e pensi ai Rush. A noi serviva qualcosa che dicesse che la nostra musica è divertente e non pretenziosa.” Però se prendi “prog” nel suo spettro più ampio come mescolanza di generi, stili e ritmi, l’infuso di math- indie- e post-rock dei Floatie non va molto lontano dal concetto di prog. Solo che il loro invece di essere barocco e pretenzioso è estremamente asciutto e  divertente, pur restando sempre molto tecnico.
Frutto senz’altro delle diverse attitudini estetiche dei componenti del gruppo, già attivi in Spooky Action Space Captain, Hundred Heads e Date Stuff. Proprio Date Stuff, il precedente duo di Sam Bern, fu cooptato da Dan Goldin di Exploding In Sound per un’antologia che stava preparando, e sempre Dan Golding non ha avuto dubbi quando dai Date Stuff sono nati i Floatie e aprivano i concerti di Pile e Spirit of the Beehive. Voyage Out è un disco perfetto per il catalogo Exploding In Sound: unisce la rabbia abrasiva dei Pile, le accensioni ritmiche degli Shady Bug, la dinamica di Speedy Ortiz e Editrix. Pezzi veloci e puliti, senza distorsioni o altre sbavature, e tracce come “In the Night” e “The Envoy” sembrano ricostruire l’estetica Dischord in un nuovo e rinfrescato contesto.
(P.L)

OH NO NOH – WHEN ONE BEGINS AND THE OTHER STOPS
(post rock)

Oh No Noh è Markus Rom, che è una specie di one-man-band che fa post-rock, e anche dei video che sono vere e proprie delizie, specie quello di “Alba,” realizzato in stop-motion (su un design di Anne Brüssau), o il cartone animato di “Shrugging,” o anche il video performance della title-track, che mostra l’abilità artigianale di Markus Rom. Non ti resta che sentirla, e per sentirla c’è una realizzazione fisica su cassetta (forse la stessa cassetta protagonista del video di “Alba”), unico supporto fisico che riesce appieno a trasmettere il valore caldo e strano della musica di Markus Rom.
Post rock, strumentale, certo, ma per approssimazione: qui non ci sono magheggi in post-produzione, niente sofisticazioni, ma una serie di oggetti usati come strumenti musicali, quasi in modo artigianale e rigorosamente fai-da-te. Un mondo di strumenti trovati, preparati, modificati che renderebbero fiero John Cage, per trentatré minuti di post-rock quasi improvvisato e a bassa fedeltà, e alla fine hai la sensazione che gli altri si siano davvero fermati, e Oh No Noh abbia iniziato il percorso di un nuovo modo di fare certa musica.
(P.L)

SPECIAL FRIEND – ENNEMI COMMUN 
(alt-pop)

Parlo sempre con piacere di Hidden Bay Records di Manon Raupp e Cècile Trion, etichetta francese specializzata in cassette e in pop di confine, e per capire il valore dell’etichetta basta sentire Walk Home Drunk, uscito il mese scorso, i Death of Pop, usciti la scorsa settimana, e in uscita oggi, questo Ennemi Commun degli Special Friend, ossia il duo formato dalla batterista e cantante statunitense Erica Ashleson e dal chitarrista francese Guillaume Siracusa.
Il pop di Ennemi Commun attinge a piene mani dalla lezione di Yo La Tengo e American Football, e si avvicina agli eleganti impasti sonori dei recenti Loma, passando da schitarrate quasi shoegaze (“Ennemi Commun,” “Forest”) a tenere melodie vocali (“Motel,” “Destructionist”) a ballate intimiste e lisergiche (“Manatee,” “Movements of the Planets”), fino a alternanze di clangore e quiete quasi post-rock (“Hazard”). Sorprende che ci sia ancora bisogno di ripetere che la scena indipendente francese nasconde gioielli sottostimati.
(P.L)

NF – CLOUDS (MIXTAPE)
(hip hop)

Le nuvole sono dinamiche, si muovono velocemente e altrettanto velocemente cambiano umore passando dall’essere innocue velature a banchi grigi pieni di pioggia. NF ha preso in prestito questo dinamismo e lo ha riversato nel suo nuovo lavoro CLOUDS. Questo mixtape è un regalo, graditissimo, che il rapper fa nell’attesa che arrivi il nuovo disco su cui sta lavorando.

Melodie a tratti cupe e intense sono i cumuli da cui piovono liriche che grazie ad un flow velocissimo e martellante piombano addosso all’ascoltatore come fossero pioggia battente. L’accostamento stilistico all’Eminem dei tempi d’oro è inevitabile, NF ha preso le lezione del rapper di Detroit modellandola al suo stile, e il risultato è meritevole.
(C.L)


PINHDAR – PARALLEL
(dream pop, electro rock, pop rock)

Esce oggi Parallel, il secondo album del duo italiano Pinhdar composto da Cecilia Miradoli e Max Tarenzi. L’album, realizzato a Milano durante il lockdown, annovera l’importante collaborazione del produttore scozzese Howie B noto per aver lavorato fra gli altri con Björk, Massive Attack e con i nostri Casino Royale, Marlene Kuntz e Ofeliadorme. Parallel è un disco cupo, a tratti claustrofobico. Sembra quasi di essere intrappolati nel parallelepipedo che troneggia in copertina, incapaci di trovare una via di fuga. Sta al duo aiutarci a trovarla, se c’è. Le chitarre e le batterie pesanti, che rimandano a sonorità post rock cariche di suggestione, accompagnano questa ricerca dell’uscita.

Le vie che i Pinhdar percorrono però sono insidiose ed è facile perdersi. Alcuni brani sembrano aprire dei varchi dove filtrano luce e aria, Too Late (A Big Wave) dove le chitarre si aprono improvvisamente, altri, come The Hour of Now, richiudono leggermente la fessura ma lo fanno con delicatezza ed è quasi piacevole abbracciare l’oscurità. A volte però si ha l’impressione che il duo si perda fra i sentieri insidiosi che ha costruito. Il disco sembra mancare di coesione e pur essendo un lavoro parecchio interessante, cade su alcuni dettagli che gli avrebbero permesso di fiorire con pienezza. Nel complesso è un disco pienamente consigliato.
(C.L)


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