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Le migliori uscite discografiche della settimana | 23 ottobre

Attenzione massima ai dischi solisti di Bruce Springsteen, Adrianne Lenker dei Big Thief, Jeff Tweedy e John Frusciante. Riecco poi i Gorillaz. Prestate ascolto all’art pop di Loma, all’elettronica di Sem Morimoto, di Ela Minus e all’EP del nostrano Indian Wells. Per gli amanti dell’hip-hop il disco dei Clipping e per gli amanti del cantautorato “old school” ecco Ben Harper

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Patrizia Cantelmo, Paolo Latini e Chiara Luzi

11:17:05   – 23/10/2020



BRUCE SPRINGSTEEN – LETTER TO YOU
(Rock, songwriting)

Quando un peso massimo che non ha più nulla da dover dimostrare non riesce a resistere alla voglia di realizzare nuova musica, la cosa migliore è che faccia le cose in maniera semplice e spontanea con le persone di cui si fida di più. Il Boss ha fatto esattamente questo, radunando la E Street Band in uno studio e facendola suonare quasi completamente live. Il risultato è un disco che suona bene, senza pesantezze né maniera, e anche dal punto di vista vocale Springsteen è in piena forma.

Le canzoni (tre delle quali erano state scritte negli anni Settanta, ma mai registrate), dal canto loro, scorrono via benissimo anche dal punto di vista melodico e hanno testi assolutamente a fuoco. Un ritorno in grande stile, quindi, senza inutili orpelli ma in grado di tirare a lucido il lato più autentico di un artista la cui importanza, comunque la si pensi, è indubbia.
(S.B)


ADRIANNE LENKER – SONGS
(indie-folk)

All’inizio della pandemia e nel mezzo di una realtà diventa altamente surreale e distopica, Adrianne Lenker dei Big Thief si è rifugiata in una baita tra le montagne nel Massachusetts occidentale e ha dato vita non a uno ma a due dischi, di cui uno strumentale. Vi raccontiamo di Songs, una raccolta di melodie viscerali, delicati e tenere realizzate con la sola chitarra acustica e la voce dolce della cantante.

La freschezza dell’aria di montagna sembra permeare queste registrazioni incredibilmente crude, mentre Lenker allinea il suo candore nutritivo con la maturità interna. Un lavoro intenso e a tratti struggente sospeso tra l’amore e la perdita. Adrianne Lenker ha compiuto il passo definitivo nell’olimpo dei grandi perchè, ci crediate o no, qualsiasi cosa riesca a suonare e a cantare, viene trasformato in qualcosa senza tempo. Superlativa.
(G.A)


JEFF TWEEDY – LOVE IS THE KING 
(alt-folk)

Chiuso nel lockdown con figli e moglie, Jeff Tweedy non poteva non avere l’urgenza di produrre: live streaming casalinghi, omaggi ad altri artisti, dirette instagram, un nuovo libro dopo la sua ottima bio (“How To Write One Song” in uscita in questi giorni) e adesso anche un nuovo disco solista.

Una produzione in solo che inizia a essere cospicua – se si considera anche Sukierae – caratterizzata nella sua totalità da una chiave in forma quasi minore, rispetto a quella dei Wilco, ma non per questo sottotono. Questo ulteriore capitolo sembra riprendere i temi di “Ode To Joy” in una stretta calda intorno al tema dell’amore, che diventa “re” dentro quelle mura che ci hanno dato rifugio. Fra radici country e declinazioni più acid folk e chitarristiche, suona come un abbraccio minimale ma teporoso nel quale farci accogliere.
(P.C)


JOHN FRUSCIANTE – MAYA 
(elettronica, Jungle, house)

Dopo l’ennesimo ritorno con i sui Red Hot Chili Peppers  Frusciante confeziona il suo undicesimo album dedicato a Maya, il suo gatto recentemente scomparso. Un ricordo con tante ombre per una scorribanda jungle / Techno / House fin troppo sobria e quasi scarna. Riff continui, breakbeat prepotenti ma spesso fuori luogo, in un disco che verrà immediatamente dimenticato anche da chi lo ha composto.
(G.A)


GORILLAZ – SONG MACHINE,SEASON ONE: STRANGE TIMEZ
(art pop, electronic)

Seguire ogni mossa dei Gorillaz è come essere guidati piacevolmente attraverso una pletora viscerale di galassie su galassie; non sai bene dove stai andando, tanto meno se ti diverti sempre, ma sai che è un viaggio in cui ti sei impegnato e, soprattutto, è immensamente intrigante. Un disco da ascoltare in qualsiasi tempo, bene per tutte le stagioni, accattivante in tutte le sue enigmatiche sfaccettature.
(G.A)


BEN HARPER – WINTER IS FOR LOVERS
(Blues)

Una storia d’amore fra un uomo e la sua chitarra. Questo potrebbe essere uno dei possibili sottotitoli per Winter Is For Lovers, disco strumentale in cui Ben Harper costruisce quindici suggestivi brani usando soltanto la sua chitarra laap-steel. L’album è decisamente evocativo e ipnotico. Il musicista tiene viva l’attenzione dell’ascoltatore guidandolo in un reale viaggio fra le città da lui più amate. I brani sono legati insieme da un’anima blues che varia a seconda della città in cui atterriamo per contaminarsi con suoni e atmosfere che caratterizzano quel determinato luogo. Verona ad esempio è carica di malinconia e dolcezza, nei ritmi veloci di Lebanon è facile ritrovare il caldo e la passione mediterranea.

Il disco non è assolutamente puro virtuosismo tecnico, Ben Harper non ha bisogno di dimostrare la sua eccezionale bravura ma è di fatto la sua maestria il vero cemento di questo gran bel lavoro. C’è molta passione, quella pura di un uomo per la sua chitarre e quella reale che scalda gli amanti d’inverno.
(C.L)


LOCAL NATIVES – SOUR LEMON – EP
(Indie Pop-Rock)

Se la vita di regala limoni, tu facci una limonata. La limonata che i Local Natives riescono a ricavare è corta, dolce ma intensa. Sour Lemon è infatti un Ep di soli quattro brani che segna il ritorno della band dopo la pubblicazione di Violet Street lo scorso anno. Questo lavoro è molto liberatorio, si percepisce chiaramente che la band suona con vero piacere. Se dovessimo visualizzare in qualche modo i brani potremmo vederli brillare, riempire di luce mentre le note si propagano nell’aria. Ottimo il brano di apertura, uscito qualche giorno a come singolo, in cui compare una sempre eccezionale Sharon Van Etten.
(C.L)


CLIPPING. – VISION OF BODIES BEING BURNED
(Hip-hop sperimentale)

L’arrivo dell’ultima settimana di ottobre, generalmente legata ad un immaginario horror ed esoterico, viene ottimamente celebrata dall’uscita del nuovo lavoro dei clipping. Vision of Bodies Being Bured si fa carico di raccontare la violenta realtà odierna pescando a piene mani nelle suggestioni horror della filmografia anni ’80 e ’90. Ne sono un esplicito riferimento ’96 Neve Campbell e Say the Name, brano in cui è forte il riferimento al film Candyman.

Questo disco è il fratello naturale del precedente There Existed an Addiction to Blood, uscito lo scorso anno, di cui continua a raccontare la storia usando però toni ancora più inquietanti. L’album è pervaso da visioni mostruose, paranoia e angoscia rese dal perfetto stile del trio di Los Angeles che coniuga egregiamente rap, elettronica ed industrial noise. In alcuni brani la sperimentazione raggiunge punte molto alte, come in Eaten Alive in cui collaborano Jeff Parker e Ted Byrnes. La qualità di questo lavoro, il cui ascolto non è immediato, è elevata e aggiunge un tassello importante alla carriera dei clipping.
(C.L)


ELA MINUS – ACT OF REBELLION
(elettronica)

Nata in Colombia come Gabriela Jimeno e cresciuta a Brooklyn, Ela Minus mantiene con act of rebellion le promesse fatte con l’Ep, Adapt. (2017). EDM fatta con strumenti hardware e niente software: qui ci sono solo synth veri e propri, nessun intervento al computer, gli stessi synth che Gabriela costruiva per Critter and Guitari e coi quali ha un rapporto quasi feticista, tanto da dar loro un nome, tanto da chiamare il pezzo di apertura di  “N19 5NF,” come uno di quei synth.

Il disco fa sposare bene la sua attitudine DIY e punk con una tendenza alle estetiche elettroniche di matrice Kraftwerkiana, una musica di protesta (“magapunk,” “let them have the internet”) fatta però di dancefloor e che non disdegna né essere popolare né tantomeno di cullarsi in pezzi più distesi (“pocket piano,” “do whatever your want, all the time”). Ela Minus in un certo senso applica la stessa lezione di Golden Diskò Ship (engagé in the dancefloor) e alimenta quel filone di pop costruito su strutture IDM/EDM che solo quest’anno ha visto gli esempi di Empress Of, Jessy Lanza e Georgia. Nella traccia di chiusura c’è anche Helado Negro.
(P.L)


LOMA – DON’T SHY AWAY
(art pop)

Mentre da un lato la Sub Pop continua a rimestare vecchie strutture rock, dall’altro tenta di rinnovarsi seguendo strade meno ovvie. Il secondo disco dei Loma (sorta di supergruppo formato da Jonathan Meiburg degli Shearwater, il produttore Dan Duszynski e l’eterea Emily Cross, aka  Cross Record) è stato per certi versi voluto da Brian Eno, che durante una trasmissione radio ha avuto modo di tessere le lodi  di “Black Willow,” pezzo contenuto nel precedente omonimo e primo album. Due anni dopo i Loma tornano con un altra collezione di delicate tracce nelle quali è palpabile la mano delicata e profonda di Emily Cross (“I Fix my Gaze,” “Thorn”), accanto a pezzi più sostenuti e ritmati (“Given a Sign,” “Blue Rainbow”) e a pezzi dove la delicatezza di Emily Cross si mescola bene con accenti più sostenuti (“Breaking Waves Like a Storm”).
(P.L)


SEN MORIMOTO, SEN MORIMOTO
(elettronica)

Disco forse un po’ sovraccarico, non solo per la lunghezza ma anche per una schizofrenia di stili: inizia con un pezzo che sembra uscito dai languori mosci di DAMN di Kendrick Lamar, ma subito “Woof” si apre al mondo zuccheroso di certo pop e “Butterflies” (con il featuring di KAINA) mescola le carte e i generi, tra hip-hop obliquo, una spolverata di j-pop e innesti world-jazz, “Deep Down” e “Wrecked”  hanno più di un elemento giapponese, a partire dalla voce trasognante di AAAMYYY sulla prima. “Goosebumps” è un tentativo forse un po’ maldestro di fare un pezzo r’n’b alla D’Angelo senza essere D’Angelo, “You Come Around” riporta le cose in carreggiate e “Nothing Isn’t Very Cool” risbanda ancora un po’. C’è tanto mestiere, tanta voglia di stupire e di mostrarsi e dimostrare quante cose si è capaci di fare, ma la carne al fuoco è davvero troppa.
(P.L)


INDIAN WELLS – NEW RUINS – EP
(elettronica, Idm)

Diventato da poco papà e a distanza di due anni dall’ultimo album torna in pista Pietro Iannuzzi, mente e corpo della creatura Indian Wells. New Ruins è il nuovo EP ed è stato registrato utilizzando sintesi digitale e modulare nella tranquilla campagna del cosentino. Con il suo ultimo EP il musicista regala 22 minuti di ottima fattura in un clima piacevolmente teso e a tratti claustrofobico.

Tra terreno ed etereo, l’artista intelaia, pezzo per pezzo una sequenza di canzoni notevolissime (Onlife su tutte) capaci di intonare un percorso lineare attraverso territori seducenti e inquietanti. Intrisa di rituali e tecnicismo, New Ruins è il suono di sogni non plausibili e incubi impossibili.
(G.A)


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