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Le migliori uscite discografiche della settimana| 23 aprile

In questa settimana spicca il nuovo album dei Dinosaur Jr. giunti al loro 12° album in carriera. A seguire prestate attenzione ai Field Music, Fog Lake, all’EP di Ethel Cain e ai Communions. Per finire gustatevi l’ambient del giapponese Satomimagae, il folktronico lavoro firmato Parler Bien, i nostrani Fireground e Devils e per gli amanti dell’hip-hop ecco Vinnie Paz.

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Paolo Latini e Chiara Luzi

12:56:37  – 23/04/2021



DINOSAUR JR. – SWEEP IT INTO SPACE
(alternative rock)

Sweep into Space giunge esattamente 30 anni dopo l’uscita di una pietra miliare dei Dinosaur Jr: Green Mind. La pubblicazione del lavoro era originariamente prevista per lo scorso anno, ma a causa della pandemia, il dodicesimo album del trio, sboccia definitamente oggi. Sweep Into Space è un disco vivace ed esuberante e non solo offre ai fan  l’opportunità di tornare indietro ma anche di esplorare nuovi toni e trame senza tradire il loro suono monolitico e roboante. 

Il singolo principale “I Ran Away”, con Kurt Vile alla chitarra a 12 corde, trova i Dinosaur Jr. nella loro forma più jangly, mentre i ritmi dub guidati dalla tastiera di “Take It Back” sono una tregua inaspettata dallo scricchiolio della chitarra dell’album. Non mancano affatto le scorribande rumorose come nell’esplosiva “Hide Another Round”, ma ciò che sorprende è l’intesa perfetta tra Barlow e J Mascis. I due hanno nuovamente ritrovato la giusta alchimia e il contributo dell’ex Sebadoh fornisce costantemente una certa diversità mentre si adatta perfettamente a qualsiasi stile Mascis abbia deciso di esplorare. Dove J Mascis graffia con distorsioni e rumori, Barlow disegna trame pop  come “You Wonder” capaci di incastrarsi benissimo nell’opera finale. I Dinosaur Jr. sono vivi e vegeti e invecchiano benissimo.
(G.A)


ETHEL CAIN – INBRED (EP)
(songwriting)

Hayden Silas Anhedönia è del 1998 e inizia a pubblicare canzoni sotto il moniker Ethal Cain, che in realtà lei considera come un proprio alter ego, nel 2019. Questa è la sua seconda raccolta di canzoni e, come l’altra, è composta da sei tracce per mezz’ora circa di durata. È un lavoro molto intimo e introspettivo da un lato, e piuttosto vario dall’altro, visto che si passa dalla limpidezza sonora e melodica a canzoni più sfuggenti e rarefatte sotto entrambi questi punti di vista a momenti più ruvidi e sporchi, tutto comunque con un’ottima coerenza e un filo logico chiaro. Un lavoro di personalità e molto comunicativo, davvero in grado di non farsi dimenticare.
(S.B)


FOG LAKE – TRAGEDY REEL
(indie pop, lo fi)

L’intimità e la delicatezza sono pietre portanti della cifra stilistica del canadese Fog Lake. Il suo settimo disco segue perfettamente questo canovaccio. Tragedy Reel è stato registrato da Aaron Powel, la persona dietro Fog Lake, in totale isolamento nella sua città natale Newfoundland. Ha usato una strumentazione essenziale costituita da piano, banjo, synth, voce e riverberi maneggiati con garbo e maestria. L’album è un unico movimento sonoro, i brani scorrono leggeri lasciando in chi ascolta un senso di malinconia e pace. L’essenzialità permette a Powel di essere diretto e schietto, sia nei testi che nei suoni. I brani sono delicati ma non fragili, la loro forza sta nel senso di gradevole oscurità, mai angosciante, che l’artista canadese riesce a donare.
(C.L)


VINNIE PAZ – BURN EVERYTHING THAT BEARS YOUR NAME
(hip hop)

Torna in scena con il suo sesto lavoro solista Vinnie Paz, rapper underground dalle origini siciliane, agrigentine per la precisione. Burn Everything That Bears Your Name è un bel tomo composto da ventidue brani carichi di un sapore ‘vintage’. Le basi e i sample usati da Vinnie hanno sonorità interessanti che pescano dal passato e conferiscono al disco un’allure quasi cinematografica. Ad esempio Papi Wardrobe, il brano uscito come singolo, starebbe benissimo in una serie poliziesca anni ’70. O ancora Angel with Dirty Faces, in cui c’è un intenso featuring di Eamon, sarebbe perfetta colonna sonora di una storia d’amore nella vecchia Harlem.

Come in ogni buon film mancano i momenti di tensione e azione, Lloyd’s of London. Le collaborazioni sono moltissime: Billy Danze, Willie The Kid, Chino XL, Lord Goat. Se la vostra intenzione è perdervi nella trama di un vecchio film allora questo disco pieno di stile fa al caso vostro.
(C.L)


COMMUNIONS – PURE FABRICATION
(pop-rock)

La band di Copenhagen, guidata dai fratelli Martin e Mads Rehof, dopo un primo album in sordina, si era messa in luce con un ottimo EP due anni fa. C’era, quindi, una certa attesa per questa seconda prova sulla lunga distanza, alimentata dal gran singolo “Bird Of Passage”, posto in apertura del disco. Ai Communions non è mai fregato nulla di stare al passo con le ultime tendenze, a loro piace fare musica melodica, intensa e immediata, e se l’EP ricordava i New Order, qui si va più verso certe cose degli anni Zero proprie di realtà amate solo da un gruppo ristretto di appassionati, dai Crashland ai Komakino, ai Delays, ai Morning Runner, ai Minuteman, e così via.

Se eravate immersi in quel periodo e avete voglia di riviverlo con musica nuova, questo disco è quello che fa per voi, e, in generale, se volete un po’ di adrenalina senza andare fuori dalle righe e con un ascolto facile, potreste avere soddisfazione. Le canzoni sono indovinate, non scontate, c’è una discreta varietà e magari non si arriva a livelli altissimi, ma il disco è solido e piacevole.
(S.B)


FIELD MUSIC – FLAT WHITE MOON
(art rock, art pop)

Ottavo disco in carriera per gli inglesi Field Music. Tra pattern di batteria, suoni gorgoglianti, sibilanti e intrecciati, chitarre maltrattate e ben spinte, la band ha probabilmente realizzato il miglior disco della loro recente carriera. L’Inghilterra nel cuore, tra Paul Weller, il pop di Sir Paul McCartney e l’alternative degli XTC, la band ha mescolato un disco pieno di grandi spunti. Il lavoro ha intrinseco un atteggiamento ottimista e contagioso, che, in questi terribili periodi non solo non guasta, ma riscalda anima e cuore.
(G.A)


SATOMIMAGAE – HANAZONO
(ambient)

Nata nel 1989 in Giappone Satomimagae cresce tra la scena acid-folk di Tokyo e gli Stati Uniti. Racconta che una volta il rumore di una sirena si era mescolato al rock che ascoltava in cuffia, e da lì, novella chitarrista,  ha iniziato a mescolare musica acustica e rock con elettronica e field-recordings, ibridazione che si è concretizzata in musica fin dal suo esordio autoprodotto awa, e perfezionata nei successivi koko e Kemri, usciti per White Puddy Mountain nel 2014 e 2017. Hanazono è il suo quarto album e il primo a essere pubblicato da RVNG Intl in collaborazione con Guruguru Brain, e esattamente come promette il titolo è un viaggio in un “giardino fiorito,” e fin dall’iniziale delicatissima “Hebisan”  si ha la sensazione di camminare in punta di piedi in un giardino giapponese, preciso, ordinato, essenziale, dove c’è tutto quello che deve esserci e manca tutto ciò che poteva essere tolto. È lo stesso essenzialismo elegante e misurato che si trova in molto ambient folk, da Grouper in poi, unito alla ricerca dei contrasti che si può ritrovare in Eartheater (“Manuke”).
Un essenzialismo che è palpabile anche nelle tracce più piene, nelle velature psichedeliche di ”Suiheisen,” ad esempio, o  nel crescendo di suoni leggermente più saturi di rumori di “Tsuchi” e nel delicato indie-folk di “Uzu” e “Numa,” fino a toccare atmosfere drammatiche e  scarnificate, quasi Cat Power-esche con “Houkou” e della closing-track “Uchu.”
(P.L)

  PARLER BIEN – HISTOIRE DU COMTÉ D’ESSEX
(folktronica/experimental)

La folktronica ormai ha dato molto e è difficile riuscire a eguagliare i capolavori del genere come The Lemon of Pink dei Books. Quando però a elettronica e folk si unisce un approccio che deriva dalla musica classica, ecco che riesci a sentire sperimentazioni piene di significato, come questo historia du comté dessex dei canadesi Jane Chan (violoncello e voce) e Nicolas Hyatt (synth), realizzato a partire da interviste che proprio Nicolas Hyatt ha fatto a residenti della sua città natale, Windsor, nella Contea di Essex, nella regione dell’Ontario nel sud-est del Canada.
Frammenti vocali tagliati e ricuciti insieme a intarsi di violoncello, sintetizzatore e batteria che alla fine creano un abito classico e visionario al tempo stesso. Si passa dalle partiture quasi jazz di “normal” ai ritmi motorik del post-rock di prima generazione di  “en cachette en plein vue” e “not the same,”  “si je suis” e “encore francophone”  hanno la struttura asciutta  delle composizioni di musica classica contemporanea, ma sono rese più calde e umane da un lavoro di tape loops e cluster ritmici, mentre  “ces trois choses là” ha delle invidiabili aperture armoniche. Forse al disco nel suo complesso manca un po’ di coesione, e forse c’è qualche traccia e qualche minuto di troppo, ma giunti al finale del trittico “génération de nos parents”/“un cadeau”/équipe de son” si è ampiamente ripagati da un disco che riesce a essere sperimentale senza essere freddo e cerebrale.
(P.L)

FIREGROUND – FIREGROUND 
(post-grunge, hard-rock)

Segnaliamo l’esordio discografico dei napoletani Fireground, quartetto post grunge già attivo sulle scene da molti anni con altri progetti. L’esordio  è un disco nostalgico degli anni ’90 ma ben suonato. Nove brani spalmati in trentasette minuti intelaiati su di una struttura sonora basica nella sua forma, che sembra indirizzarsi volutamente verso uno standard riconosciuto e consolidato negli anni da innumerevoli band post grunge nel mondo. Non fatevi però ingannare dal deja vu sonoro proposto dai quattro, la qualità compositiva è di buon livello. Il loro esordio sulle scene resta comunque un album da riscoprire per comprendere al meglio le origini e le principali influenze dei musicisti. L’album consolida un trade-mark fatto di chitarre potenti e di una buonissima produzione.
(G.A)


THE DEVILS – BEAST MUST REGRET NOTHING 
(stoner-rock, psych rock)

Sono in due ma sembrano in 20: i The Devils sono ormai sulle scene da anni. La miglior lettura per questa band potrebbe essere: Nemo propheta in patria, visto che, il gruppo, riscuote da sempre un ottimo successo di pubblico fuori dalle mura italiane. Lavoro internazionale suggellato dalla presenza di Mark Lanegan (Devil Whistle Don’t Sing) e dalla produzione di un pezzo da novanta come Alain Johannes. Dopo due lavori usciti per Voodoo Rhythm e prodotti da Jim Diamond, la band si lega a Goodfellas, ma il risultato finale non cambia: questo terzo lavoro è l’ennesimo buon disco della band. Il risultato finale è suggestivo, così tanto, da dare l’impressione di essere catapultati in mezzo al deserto, sotto il sole accecante delle 14 in preda a lisergiche visioni e miraggi. Volutamente ruvidi e sgraziati, questo lavoro  funzionerà dannatamente bene in live e la speranza è quella di poter godere, presto, di un concerto dei The Devils.
(G.A)


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