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Le migliori uscite discografiche della settimana| 17 settembre

Numero ricco questo delle uscite discografiche di metà settembre. Vi segnaliamo il ritorno in pista dei perugini Fast Animals and Slow Kids, l’accattivante indie-folk di Josè Gonzalez, i Mono, i Mild High Club, Moor Mother, Jordan Rakei.

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Patrizia Cantelmo e Chiara Luzi



FAST ANIMALS AND SLOW KIDS – È GIA DOMANI
(rock)

“Animali Notturni”, il precedente disco dei FASK, aveva chiaramente segnato un punto di non ritorno per la band di Perugia: via le imperfezioni, la sporcizia sonora, la ruvidezza, e dentro la pulizia, la rotondità e la perfezione formale. Non potevano certo tornare indietro, i quattro, e giustamente, non lo hanno fatto. C’è ancora Matteo Cantaluppi alla produzione artistica, c’è addirittura una collaborazione con Willie Peyote, e, soprattutto, ci sono ancora tutti gli elementi della svolta operata nel 2019, compresi testi nei quali ci si guarda dentro come spunto per analisi a carattere più universale.
Se siete di quelli che avevate commentato il disco precedente con frasi tipo “ma avete dimenticato i distorsori a casa?”, allora state ben alla larga anche da questo, ma se, come il sottoscritto, avevate abbracciato questo nuovo corso, ascoltate senza indugio, perché vi piacerà esattamente allo stesso modo e per gli stessi motivi: melodie micidiali, un sound e un timbro vocale a cui comunque non manca l’espressività emotiva e testi efficacissimi che colpiscono forte.
(S.B)

JOSÈ GONZALEZ “LOCAL VALLEY”
(indie-folk)

Stupisce pensare che questo sia solo il quarto album di Josè Gonzalez, dato che dal suo esordio “Veneer” sono passati diciotto anni, ma evidentemente l’autore svedese di origini argentine dosa le pubblicazioni solo quando ne sente davvero la necessità. Nonostante il tempo passato, la formula non cambia e conserva il fascino che in alcuni fortunati casi accompagna la semplicità. Armonia è la parola chiave per decifrare ancora una volta la sua musica, che affonda le radici tanto nel folk inglese alla Nick Drake quanto nella chitarra cubana di Silvio Rodriguez (non è un mistero la sua ammirazione per questo autore).

Armonia che permea l’intero disco: nei suoni della chitarra, nella voce calma e flebile, nei temi dei testi imperniati sull’equilibrio dell’insieme, della natura e della profondità insondabile dell’animo umano. Qui per la prima volta c’è l’uso anche dello spagnolo e dello svedese, nelle due canzoni che aprono e chiudono il disco, come in un cerchio. In sintesi, poche novità ma davvero un graditissimo ritorno.
(P.C)


MOOR MOTHER – BLACK ENCYCLOPEDIA OF THE AIR
(hip hop/lofi/ jazz)

Poesia e musica sono linfa vitale per Moor Mother. Poetessa, musicista e attivista originaria di Philadelphia, Camae Awae ha una personalità liquida, in continuo movimento. Per questo ha costante bisogno di scrivere, ma scrivere non le basta. Le menti come quella di Moor si muovono contemporaneamente su più piani spazio temporali, ed è proprio da uno di questi incroci che nasce Black Encyclopedia of the Air. Il disco è stato composto nel marzo 2020 quando la musicista/poetessa stava lavorando a Jazz Code, un libro di poesie. La Moor si rende conto che alcuni pezzi, non adatti per il libro, erano in realtà brani musicali che andavano semplicemente ultimati. Questo lavoro è un piacere per le orecchie, per la mente ed il cuore.

È il ritratto della personalità eclettica di Moor. Jazz, hip hop, distorsioni sonore e vocali si fondono creando un disco intenso e trascendentale. Con fluidità e naturalezza, si va dalla spoken poetry, Temporal Control Of light Echoes, a melodie lofi, Shekere, passando attraverso suoni cupi o pattern ripetitivi Clock Fighting. È un lavoro complesso alla cui base c’è sperimentazione pura ma nonostante le stratificazioni è facilmente accessibile, perché quello che sta a cuore a Moor Mother è che più persone possibili riescano ad arrivare al cuore del messaggio.
(C.L)


MILD HIGH CLUB – GOING GOING GONE
(Psychedelic pop/ jazz)

Un ritorno atteso quello dei Mild High Club il cui ultimo lavoro, Skiptracing, è datato 2016. La copertina di Going Going Gone è una perfetta sintesi in immagini di quella che è l’anima del disco: un pattern sonoro colorato e festoso dietro cui però è nascosto un lato più cupo. L’album si presenta come un vero e proprio carnevale sonoro in cui fortissime influenze brasiliane, fusion jazz, l’eco degli Steely Dan percepibile ovunque, e pop psichedelico sono uniti insieme dalla mente strabordante di Alex Brettin. La speranza, l’ironia sono il cuore di un disco che nei testi porta un fardello di disincanto e inadeguatezza verso un mondo ostico. Luce e ombra convivono in un lavoro stratificato che convince senza dubbio alcuno.
(C.L)


JORDAN RAKEI – WHAT WE CALL LIFE 
(Neo-Soul, Psychedelic Soul)

Jordan Rakei ne ha fatta tanta di strada e a distanza di 7 anni dal suo esordio, ha pubblicato già tre ottimi album, aggiungendo ad ogni suo lavoro, un elemento nuovo ed interessante. What We Call Life propone un Rakei ispiratissimo, non solo per le tele musicali e le liriche ben cesellate, ma in parte perché questa complessità musicale proposta è difficile da descrivere con precisione. Questo lavoro è l’album più completo di Rakei fino ad oggi, e una ricca trama di suoni e concetti, vengono brillantemente intrecciati insieme da un artista al top della sua condizione. Difficile catalogare in un genere questo disco, ma abbiamo la lucidità nel dirvi che, questi 43 minuti, diventeranno terreno fertile per chi desidera ascoltare sonorità fresche e moderne: una raccolta di brani stimolanti e assolutamente avvincenti, dotati di carattere e da uno stile sobrio e mai sopra le righe.
(G.A)


MONO – PILGRIMAGE OF THE SOUL 
(post-rock)

C’è lo zampino di Steve Albini in questo nuovo album dei Mono. A due anni di distanza dall’ultimo lavoro intitolato Nowhere Now Here, tornano a farsi sentire i cavernosi giapponesi attivi dal 1999 e con alle spalle dieci album in carriera. Pilgrimage of the Soul, il loro undicesimo lavoro in studio, è stato registrato durante l’estate del 2020 e presenta un’integrazione della loro storia come punto di riferimento per il loro prossimo capitolo. Le dinamiche cavernose, da sempre pietra seminale nell’approccio di Mono, non sono mai state impiegate in modo così abbondante e fantasioso come lo sono qui. La vera novità è nell’uso smisurato di elettronica diventata parte integrante di questa nuova carriera della band.  Questo disco guarda ad un monolitico e futuristico futuro. L’aumento della forza  sonora viene però moderato da una graziosa delicatezza che sprofonda in trame post-rock barocche ed intricate. Interessantissimo ritorno.
(G.A)


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