25/06/2024
Settimana di uscite discografiche contraddistinta da due esordi solisti di eccellenza: Matt Berninger dei National e Francesco Bianconi dei Baustelle. A seguire vi suggeriamo di prestare attenzione a Kevin Morby, all'interessante Beabadoobee, a Bernard Butler (Suede). Per gli amanti del mondo elettronico, e delle scorribande glitch e IDM segnaliamo il ritorno dei seminali Autechre. Sonorità granitiche nel nuovo volume sonoro pubblicato dagli Health si scontrano con le sonorità soffici e delicate del debutto della cantautrice canadese Helena Deland. Infine vi suggeriamo gli ascolti di Wendy Eisenber e di tre dischi in assetto elettronico / ambient: Snowdrops, Oliver Coates e Jumo. 

Settimana di uscite discografiche contraddistinta da due esordi solisti di eccellenza: Matt Berninger dei National e Francesco Bianconi dei Baustelle. A seguire vi suggeriamo di prestare attenzione a Kevin Morby, all’interessante Beabadoobee, a Bernard Butler (Suede). Per gli amanti del mondo elettronico, e delle scorribande glitch e IDM segnaliamo il ritorno dei seminali Autechre. Sonorità granitiche nel nuovo volume sonoro pubblicato dagli Health si scontrano con le sonorità soffici e delicate del debutto della cantautrice canadese Helena Deland. Infine vi suggeriamo gli ascolti di Wendy Eisenber e di tre dischi in assetto elettronico / ambient: Snowdrops, Oliver Coates e Jumo

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Patrizia Cantelmo e Paolo Latini

12:08:47  – 16/10/2020



MATT BERNINGER – SERPENTINE PRISON
(chamber-pop)

Periodo ricco d’ispirazione per Matt Berninger che, appena una settimana dopo aver registrato l’ottavo disco in studio con i suoi National “I Am Easy to Find” nel dicembre 2018, ha iniziato a scrivere materiale per il suo primo LP da solista. La ricerca dell’anima, i temi dell’amore perduto e ritrovato e lo sconforto riempiono il disco. Serpentine Prison è il diario privato di Berninger dove ci è permesso osservare, scrutare e ammirare, i suoi pensieri e segreti più intimi. Una cavalcata Chamber-pop scandita dalla solita inconfondibile e accattivante voce baritonale di uno dei migliori talenti di questa generazione. Promosso a pieni voti.
(G.A)


FRANCESCO BIANCONI – FOREVER
(Songwriter)

Non fate caso alle numerose collaborazioni di prestigio contenute in questo disco, da Amedeo Pace in veste di produttore, a Kazu Makino e Rufus Wainwright tra le voci ospiti, a Michele Fedrigotti già al lavoro con Battiato al pianoforte. Tutti questi contributi servono, in realtà, a tirar fuori il disco che rappresenta in modo più fedele e totale possibile la filosofia dietro alla quale l’autore fa e vive la propria musica. Se pensate a tutto ciò che significa il nome di Francesco Bianconi nella musica italiana, non solo in termini di produzione musicale, ma anche e soprattutto di immaginario, qui lo trovate, senza orpelli né compromessi.

È un disco dal suono morbido e naif, che serve a dare quell’atmosfera atmosfera di introspezione dall’approccio intellettuale tipicamente accostabile all’autore, e all’interno di questo suono, Bianconi si muove con il lato più altero del proprio ventaglio vocale e canta, con un linguaggio che come non mai mette insieme l’alto profilo e la vulgata popolare, dei propri pensieri e degli eventi legati alla propria sfera personale ma che potrebbero benissimo stare anche nella nostra. Necessariamente, un disco che dividerà e sul quale sarà difficile esprimere un giudizio puramente oggettivo, perché se non sopportate il personaggio non sopporterete nemmeno il disco, ma lo stesso succederà anche se dei Baustelle vi piace il lato più pop. Probabilmente, il grado di apprezzamento che avrete per “Forever” sarà lo stesso che avete per “Fantasma”.
(S.B)


KEVIN MORBY – SUNDOWNER 
(indie-folk)

Sesto lavoro per l’ex bassista dei Woods, che segue di pochissimo il precedente “Oh My God” del 2019, confermandone la prolificità al ritmo di quasi un disco all’anno. “Sundowner” è un disco nell’ormai classico stile Morby, che in poco tempo si è ritagliato una sua personalità precisa: una malinconica, evocativa ma anche un po’ sinistra versione del filone americana, perduta in paesaggi e territori da nowhere-land. Anche qui si staglia potente l’ombra di un’America di frontiera, alla ricerca di radici e orizzonti perduti per gli spaesati di ogni latitudine, quale lo stesso Morby è. In definitiva un’altra ottima prova per l’autore texano, fatta di dieci tracce intime e verbose come riflessioni vagabonde sullo sfondo del deserto.
(P.C)


BEABADOOBEE – FAKE IT FLOWERS
(indie-pop, power-pop)

Dopo aver piazzato ben 4 EP in carriera finalmente è arrivato il grande debutto per quest’artista originaria delle Filippine. Per chi non conoscesse la storia di quest’artista vi diciamo subito che è balzata agli onori della cronaca per aver spopolato sul famoso social Tik Tok. Non fatevi ingannare dall’aspetto teen, questo disco vi sorprenderà. Non era facile passare dal lo-fi di una stanzetta al debutto discografico e i presupposti per un roseo futuro ci sono tutti. Un condensato di power punk mescolato a graffi grunge per un lavoro piacevolissimo da ascoltare in totale relax.
(G.A)


AUTECHRE – SIGN 
(elettronica)

Per chi scrive questo è uno dei dischi più attesi della settimana. Il ritorno degli Autechre giunge a distanza di sette anni dall’ultimo lavoro. Di tempo ne è passato ma il talento è rimasto pressoché intatto. Come al solito Brown e Booth non rivelano nulla con i titoli dei loro brani solo lettere e numeri per riempire una scaletta ben costruita.”SIGN”, da un primo ascolto, sembra essere l’ album più riflessivo a tratti malinconico di una carriera intera e a tratti i sintetizzatori spingono in una direzione oscura e funerea.

L’intelaiatura sonora è meno glitch del solito e la band si è clamorosamente raffinata in questo nuovo disco. Gli Autechre sono tornati (la band ha piazzato anche una data nel nostro paese) e l’attesa ne è valsa decisamente la pena. Non siete convinti? Pigiate play subito e ascoltate il brano in allegato a questo articolo. Buon viaggio.
(G.A)


  CATHERINE ANNE DAVIES & BERNARD BUTLER – IN MEMORY OF MY FEELINGS
(Songwriting, pop-rock)

L’ex chitarrista degli Suede pubblica, dopo molto tempo, un disco col proprio nome ma in cui, allo stesso tempo, lavora con qualcuno che non si chiama Brett Anderson. La fortunata è la cantautrice gallese Catherine Anne Davies, già nota come The Anchoress, che è già stata in una songwriting partnership con l’ex Mansun Paul Draper, salvo poi litigarci malamente.

La Davies, quindi, si lega ancora a un autorevole rappresentante del bit rock degli anni Novanta, probabilmente conscia che il suo songwriting di stampo classico è perfetto per creare qualcosa di interessante e in grado di andare oltre i generi e i periodi musicali se associato a un certo tipo di suono. Ci sono delle differenze, ovviamente, dal punto di vista squisitamente sonoro, perché gli stili di Draper e di Butler sono piuttosto riconoscibili (più magniloquente e votato alla perfezione formale quello del primo, più scarno, elettrico, frenetico e allo stesso tempo con un forte tocco glam per il secondo), ma si capisce che sono entrambi legati alla stessa epoca e, così come per il disco a nome The Anchoress, il risultato è di alto livello. Il timbro morbido e allo stesso tempo deciso della Davies e i robusti intarsi chitarristici di Butler si accoppiano a meraviglia e i due mostrano ampia fantasia nel mettere insieme le rispettive qualità, per un risultato emozionante e diverso da tutto o quasi.
(S.B)


HAIKU SALUT – PATTERN THINKER
(Ambient)

Il trio tutto al femminile del Derbyshire ha all’attivo tre album di musica strumentale estremamente melodica e poi ha deciso di ampliare i propri orizzonti attraverso le sonorizzazioni cinematografiche. È arrivato, così, il quarto album, associato a “The General” di Buster Keaton, e ora ecco queste due suite da oltre 10 minuti l’una, legate a due corti del 1940 e 1920 presenti negli archivi del British Film Institute. Entrambe mostrano un ormai evidente allontanamento dallo spirito pop che caratterizzava quei primi tre dischi, e rappresentano una personale interpretazione di cosa significhi fare musica ambient.

Le due suite sono nettamente distinguibili, con la prima che fa ampio uso di melodie (come detto, un uso diverso e legato alla voglia di dare all’ascoltatore una precisa atmosfera), mentre la seconda è probabilmente il loro momento più legato in assoluto alle pure suggestioni del suono. In tutti e due i casi, la qualità è molto alta e si tratta di sonorizzazioni facilmente ascoltabili anche senza il supporto visivo.
(S.B)


HEALTH – DISCO 4 PART1
(experimental rock)

Nuovo capitolo di un progetto già ben delineato da diverso tempo per gli Health. La band torna con un nuovo disco infarcita da valide collaborazioni come Soccer Mommy, Xiu Xiu e JPEGMAFIA. A colpire positivamente è il climax generale di un disco che suona ancora molto più come una playlist da piazzare alla serata di Halloween con gli amici che non ad un disco di una band. In una stagione controversa e distopica questo lavoro è stranamente una delle capsule sperimentali più coese e interessanti di questo 2020: tra esperimenti sonori e viaggi onirici nel vuoto.
(G.A)


HELENA DELAND – SOMENONE NEW 
(indie-pop)

La seguivamo da diverso tempo e ora, finalmente, possiamo raccontarvi del primo album di Helena Deland. Dopo anni passati a stuzzicare il suo pubblico con EP e singoli, la cantautrice di Montreal ha finalmente depositate 13 canzoni in un disco arrangiato di indie-pop intrecciato a sintetizzatori festosi. Gli elementi interessanti – già abbondantemente emersi in passato – sono presenti in questo esordio ma la scelta delle canzoni ci ha letteralmente spiazzato. Al disco manca il graffio, manca l’effetto sorpresa e tutto sembra suonare in maniera troppo scolastica. Un disco catartico che paradossalmente punta più ai suoni che non alla meravigliosa voce di quest’artista arrivata – a nostro avviso – molto tardi al grande pubblico. Il brano in allegato, però, vale il prezzo del disco.
(G.A) 


WENDY EISENBERG – AUTO
(alternative)

Già attiva in gruppi sperimentali al confine tra math-rock e punk (Editrix e Birthing Hips), in un combo free-jazz insieme a Trevor Dunn e a Chess Smith (The Machinic Unconscious), la chitarrista Wendy Eisenberg ha dato prova della sua tecnica sopraffina anche in dischi solisti nei quali mescola improvvisazione a sfumature bossanoviste. Questo Auto non è certo il suo esordio, ma è a tutti gli effetti una sorta di ripartenza: il disco è stato in effetti scritto proprio sulla scia della fine della sua attività come membro di una band, e condensa tutte le sue esperienze precedenti in una forma coesa e coerente che va da math-rock trasfigurato, a pezzi art-rock che echeggiano Dave Pajo a episodi più squisitamente vicini al pop meno banale fino al jazz.
(P.L)


SNOWDROPS – VOLUTES
(ambient)

Gli Snowdrops è composto da Mathieu Gabry (synth) e dalla pianista Christine Ott, già attiva nei Tindersitcks e soprattutto nel gruppo post-rock francese Oiseaux-Tempête. Su Volutes si aggiunge la viola di Anne-Irène Kempf, ma soprattutto gli interventi di Chistine Ott con l’Onde Martenot, strumento cardine del disco, sebbene assente nella sua parte centrale. Il risultato è un nuovo orizzonte musicale dove una nuova idea di musica classica si lascia contaminare da sfumature jazz e strutture tematiche post-rock (quello più astratto e glaciale, in zona Kopernik per intenderci). Kudos per “Odysseus,” una vera e propria odissea di suoni, onde e frequenze.
(P.L)


OLIVER COATES, SKINS N SMILE 
(ambient)

Il violoncellista britannico Oliver Coates si è fatto un nome non solo nel campo della musica d’avanguardia, ma anche nel pop: i più attenti avranno visto il suo nome come opening act di alcuni concerti di Radiohead e di Thom Yorke. Già con Upstepping del 2016 aveva iniziato a irrompere nel mondo dell’elettronica col suo violoncello amplificato e affettato. skins n smile procede oltre, esplora più a fondo il mondo di ritmi, percussioni e noise elettronica, ora avvicinandosi a ambient e drone (le cinque parti di “Caregiver” nella prima parte del disco), ora riscoprendo melodie (“Butoh Baby”) e sonorità percussive (“Reunification 2018”).
(P.L)


JUMO – ET LE VENT? 
(elettronica)

Jumo è l’artista visuale Clément Leveau che nel corso degli ultimi anno ha realizzato una discreta quantità di singoli e ep, tutti più o meno gravitanti nel suo mondo multidisciplinare tra musica, grafica, video. Et le vent? Raccoglie molto di quegli ep in un disco che non ha per niente l’aria di essere una raccolta o un’antologia, come spesso accade nelle recenti produzioni elettroniche, refrattarie al concetto di album. Nonostante una lunghezza francamente un po’ affaticante (75 minuti), il disco si stende su una grande quantità di approcci all’elettronica contemporanea: dal pop danzereccio di “Et le vent?” ai loop di “Normal” e di “Parfois” fino alle collaborazioni con altri artisti di area francofona (Oré, Awir Leon, Pénélope Antena). Disco ambizioso, sicuramente, e anche una delle produzioni elettroniche più varie e interessanti degli ultimi anni.
(P.L)


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