24/06/2024
L'estate è entrata nel vivo e i dischi non vanno in ferie. In questo numero di uscite discografiche della settimana ampio spazio ai lavori di Black Midi, all'indie-pop di Beabadoobee, a Sabrina Carpenter, agli Interpol, ai Superorganism, ai Working Men's Club e Lera Lynn. 

L’estate è entrata nel vivo e i dischi non vanno in ferie. In questo numero di uscite discografiche della settimana ampio spazio ai lavori di Black Midi, all’indie-pop di Beabadoobee, agli Interpol, ai Superorganism, ai Working Men’s Club e Lera Lynn. 

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta e Chiara Luzi

11:31:03  – 15/07/2022



BLACK MIDI – HELLFIRE
(experimental rock, math rock)

Squadra vincente non si cambia, ingredienti sonori vincenti non devono essere mutati. La sintesi dei Black Midi del loro nuovo album infarcito da  art punk, post rock e prog, il tutto sotto l’occhio vigile dello straordinario produttore Dan Carey, che è ancora una volta al timone di Hellfire dopo Cavalcade del 2021. In Hellfire i testi diventano più complessi ed esistenziali ma non lasciatevi scoraggiare: tutto è perfettamente incastrato all’interno di una vibrante miscela di rock matematico industriale, sludgy punk e mate rock. Hellfire è un disco perfetto e i Black Midi sono, probabilmente, la band più tecnica di questa generazione. Il talento così ben distillato consente loro di essere freschi e tonificanti ad ogni uscita. Man mano che il gruppo cresce in abilità e fiducia, la musica cresce in complessità e intrighi.
(G.A)


INTERPOL – THE OTHER SIDE OF MAKE-BELIEVE
(indie-rock, post-punk)

Abbiamo ammirato di recente la band in quel di Porto all’interno del NOS Primavera Sound e la sensazione, unanime, è stata più che positiva: gli Interpol sono vivi e vegeti e la voglia di nuova musica era davvero tanta.  Durante la realizzazione del settimo album Paul Banks si è trasferito ad Edimburgo, a causa del blocco pandemico e il disco è stato concepito a distanza in varie località nel 2020, perfezionato nelle Catskills dello stato di New York e infine completato nel nord di Londra. Alan Moulder (Nine Inch Nails, Depeche Mode) è ancora una volta parte del progetto, ma in questa occasione condivide i compiti di produzione con Mark Ellis, meglio conosciuto come Flood. Chiusa questa lunga premessa vi diciamo che questo The Other Side of Make – Believe non ci ha convinto. 

Il successo stratosferico e il plauso dei primi due album degli Interpol, Turn on the Bright Lights (2002) e Antics (2004), hanno stabilito – e abituato – standard troppo elevati. Non c’è dubbio che questo disco rimanga distintamente un classico lavoro degli Interpol ma a vent’anni dal loro debutto, la band cerca probabilmente in maniera esagerata di riprodurre quei meravigliosi paesaggi sonori urbani oscuri del passato. Qualche buona canzone c’è ma abbiamo la sensazione che i veri Interpol siano ormai un ricordo.
(G.A)


SUPERORGANISM – WORLD WIDE POP
(maximalist pop)

Se un progetto musicale come i Superorganism si propine fin da subito con un’attitudine sfrontata e un sound massimalista, e ha successo, non può che proseguire su questa strada. E infatti, questo secondo album ricalca la stessa voglia di indossare una veste sonora massiccia e scanzonata allo stesso tempo, ma, ovviamente, avendo la band acquisito esperienza e notorietà, le interazioni tra melodie e arrangiamenti sono più a fuoco, e la presenza di collaborazioni di nome (su tutte spicca quella di Stephen Malkmus) impreziosisce una proposta che risulta sempre più irresistibile. Un’esplosione di colori e di positività veicolata in forma canzone con gusto, perizia e ispirazione.
(S.B)


BEABADOOBEE – BEATOPIA
(indie-pop)

Fin da quando Bea Kristi ha iniziato a pubblicare musica, è apparso subito chiaro a tutti il suo innato talento melodico ed espressivo, Senza pretendere di cambiare la storia della musica, l’artista filippina cresciuta a Londra ha semplicemente buttato fuori il dono che aveva, e tuttora ha, dentro di sé, proponendo melodie e interpretazioni dolci ma non sdolcinate, espressione dei suoi twenty-something ma con un linguaggio universale, in grado di arrivare a tutti, in barba ai vari discorsi del tipo “non è vero che è musica brutta, è che non parla alla tua generazione”, mentre invece, spesso, è proprio musica brutta, perché, ad esempio, qui parliamo di un’autrice di 22 anni e siamo pronti a scommettere che la stragrande maggioranza degli appassionati di 40, 50 o 60 anni la adori.

Digressioni a parte, questo secondo disco conferma la caratura superiore di questa songwriter e interprete eccezionale, la cui naturalezza è sempre più in grado di lasciare il segno senza riserve. Non c’è una particolare ricerca sonora, ma questo succede perché, come in cucina, anche in musica è sempre meglio valorizzare le materie prime con cui si lavora, se sono davvero buone, e comunque, anche dal punto di vista degli arrangiamenti, nulla è lasciato al caso e tutto è dove deve essere, mantenendo intatta la sensazione di genuina spontaneità.
(S.B)


LERA LYNN – SOMETHING MORE THAN LOVE
(songwriting, indie pop)

Gli ultimi anni sono stati molto intensi per Lera Lynn: diventata madre nel bel mezzo della pandemia, si è trovata ad affrontare, nel bene e nel male, tutto ciò che questa nuova dimensione le ha offerto. Il risultato artistico di questa sua nuova fase personale è l’album in uscita a oggi: Something More Than Love. Il disco è un viaggio intimo e delicatissimo nel nuovo universo della cantautrice di Nashville. Permeato da sonorità morbide, immerse in malinconici synth, Illusion, questo delizioso album custodisce al suo interno un’anima vicinissima al dream pop. Anche nei momenti più intensi e seri il paesaggio sonoro conserva un’estrema delicatezza, rafforzata in alcuni casi dalla presenza del violoncello di Nat Smith, Something More Than Love. L’album è coinvolgente, ma non per questo privo di complessità nello spirito; la Lynn ha realizzato un lavoro genuino, carico di ispirazione. A noi non resta che ascoltare.
(C.L)


WORKING MEN’S CLUB – FEAR FEAR
(synth-pop, post punk)

Dopo il buon debutto del 2020 tornano i Working Men’s Club e lo fanno con un secondo lavoro di tutto rispetto. Fear Fear è un potente lavoro realizzato appositamente per far ballare chiunque lo ascolti. Concettualmente il disco indaga le angosce e le incertezze dei tempi cupi che stiamo vivendo fornendoci la perfetta soluzione per affrontare lo sgomento: ballare. In Fear Fear l’energia scorre attraverso sonorità anni ’80 che pescano sia nel lato cupo della new wave, che in quello più luminoso dell’ elettropop, dando vita a brani potenti come Widow, o 19. Anche i momenti più cupi, come l’omonima Fear Fear, hanno una potente spinta energetica a cui non è possibile sottrarsi. Quello che traspare da questo mix di disperazione e speranza è il ritratto di una band in salute che ha saputo confezionare un raffinato lavoro dal sapore post apocalittico.
(C.L)


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