27/05/2024
In questo numero delle uscite discografiche della settimana vi suggeriamo l'ascolto degli attesi Smile, Kendrick Lamar e Moderat. A seguire prestate attenzione a Kevin Morby, ai The Black Keys, ai Nu Genea, a Florence and the Machine, l'indie-pop dei Say Sue Me, Adele Altro e Marta Tenaglia. 

In questo numero delle uscite discografiche della settimana vi suggeriamo l’ascolto degli attesi Smile, Kendrick Lamar e Moderat. A seguire prestate attenzione a Kevin Morby, ai The Black Keys, ai Nu Genea, a Florence and the Machine, l’indie-pop dei Say Sue Me, Adele Altro e Marta Tenaglia. 

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Patrizia Cantelmo, Chiara Luzi e Flaminia Zacchilli

11:08:42  – 13/05/2022



THE SMILE – A LIGHT FOR ATTRACTING ATTENTION
(alternative, art rock)

Quando negli scorsi mesi iniziarono a circolare i primi estratti di A Light For Attracting Attention, l’esordio dei The Smile, nuova creatura di Jonny Greenwood e Thom Yorke, era già chiaro che ci saremmo trovati di fronte ad un disco complesso ed interessante. Finalmente oggi possiamo fugare qualsiasi dubbio a riguardo. Greenwood e Yorke, assieme a Tom Skinner dei Sons Of Kemet, hanno nuovamente saputo creare una piccola pietra preziosa. L’impronta dei Radiohead è in realtà molto forte, sono ben evidenti i punti che connettono A Light For Attracting Attention alle atmosfere a volte claustrofobie e cupe di KidA e Amnesiac.

Ma è con il più recente lavoro della band, A Moon Shaped Pool, che i contatti si fanno strettissimi. Le chitarre di The Opposite arrivano dritte da questo ultimo lavoro, così come gli elegantissimi ed eterei brani Pana-vision e Open The Floodgates sembrano usciti dalle medesime sessioni di AMSP. La variabile che rende questo album un lavoro diverso dalla produzione dei Radiohead è Tom Skinner. Il batterista infonde personali influenze jazz, gestisce magnificamente i ritmi sincopati della batteria dialogando facilmente con le chitarre nervose come in You Will Never Work In Television Again.

La versatilità dei tre musicisti permette di fondere influenze psych rock alla maestosa orchestra che Greenwood sa esattamente dove inserire. Non manca l’elettronica, capace di dar vita a brani intensi come la opener The Same. Non sappiamo se questo progetto andrà avanti nel tempo, al momento possiamo semplicemente goderci questo lavoro.
(C.L)


KENDRICK LAMAR – MR. MORALE & BIG STEPPERS
(hip hop)

L’ultimo lavoro di Kendrick Lamar era datato 2018 e, nonostante le continue collaborazioni del rapper, la sua mancanza sulle scene era diventata assordante. Perché, diciamocelo, Lamar è uno di quegli artisti che fa la differenza, ‘one of a kind’ per dirla all’inglese. Per questo l’uscita di Mr. Morale & Big Steppers è una specie di evento. Il doppio album, l’ultimo per Top Dawg Records, non delude assolutamente le aspettative. In questo album Lamar si apre totalmente al pubblico, raccontando della sua infanzia, del successo, dei traumi personali, delle dipendenze, quasi come fosse nel bel mezzo di una seduta terapeutica. Per questo i continui cambi di registro, tipici dello stile del rapper californiano, hanno lo scopo di portare l’ascoltatore all’interno di un flusso di coscienza.

Già la splendida opener, United in Grief, segna la direzione del disco. In questo brano si passa dalla delicatezza di un piano jazz a ritmi frenetici su cui Lamar rima senza sosta. Si passa dalla morbidezza del groove di Father Time, in cui troviamo Sampha in splendida forma, alla violenza di We Cry Together in cui l’abuso viene raccontato da un altrettanto forte scambio di parti con Taylor Palage. Commovente è Mother I Sober, in cui un piano sospeso cuce in maniera impeccabile il fluire di rime di Lamar e la magnifica Beth Gibbons dei Portishead. I featuring sono tantissimi, fra i tanti, oltre ai sopracitati, troviamo Tanna Leone, Ghostface Killah, Kodak Black. Con questo doppio album Lamar racconta con perfezione la furia e la resa a se stesso: ‘I chose me, I’m sorry’. Ci era mancato.
(C.L)


MODERAT – MORE D4ATA
(Indietronica, Electronic, IDM)

Un lavoro dei Moderat mancava all’appello da ben sei anni. More 4 Data ha una genesi particolare essendo stato pensato e partorito durante la pandemia. I dieci brani basano le fondamenta sull’intelaiatura classica del sound del progetto ma a sorprendere è lo stato di forma dei tre compositori nuovamente in cima al tetto dell’olimpo elettronico. Tra arte visuale, drum & bass da clubbing londinesi di metà ’90 e trance dance portata agli estremi, l’album risulta una piacevolissima cavalcata negli abissi abitati da suoni cervellotici e raffinati. L’utilizzo di vocoder mescolati alla black music, innestano, infine, un piacevole nuovo tassello al quadro generale già di per se perfetto. 

Moderat rimane una delle migliori proposte della scena: se il passato ci ha consegnato spesso lavori nascosti dal cassetto di Apparat e Modeselektor, oggi il risultato è un disco raffinato e perfetto sotto ogni punto di vista e ovunque tu possa trovarti, quel forte senso onirico risulterà sempre tangibile. Non importa tu sia un nuovo o vecchio fan del terzetto.
(G.A)


NU GENEA – MEDITERRANEO 
(disco-music, funk)

Oggi, 13 maggio, le temperature in tutto lo stivale si sono alzate e probabilmente questo Mediterrano è il disco migliore per dar inizio all’estate. Massimo Di Lena e Lucio Aquilina sono tornati con la loro creatura Nu Genea a distanza di quattro anni dall’ultimo album Nuova Napoli e lo fanno con un disco fresco e pieno di interessanti spunti. 

Più che un disco, questo lavoro ha il sapore di un viaggio anni ’80 sulla costiera amalfitana in maggiolino: di difficile etichettatura il lavoro è sospeso tra il jazz che stringe accordi con il funky e i suoni tropicali.  Anche per questo lavoro al centro del progetto c’è la lingua. Linguaggi mescolati tra loro espressione di apertura culturale ma non solo: i Nu Genea utilizzano la musica come strumento per capire la fonetica, la storia e la tradizione. Menzione particolare va al singolo Tienaté: il miglior antidoto possibile ai due anni di chiusura forzata.
(G.A)


KEVIN MORBY – THIS IS A PHOTOGRAPH
(americana, songwriting)

Alla ricerca delle proprie radici si può sprofondare in un pantano di citazioni fini a se stesse, con il rischio di crogiolarsi in un passato rassicurante quanto asfissiante. In altri casi, invece, guardarsi indietro può essere la spinta per una luce nuova sul proprio presente, rafforzandone l’identità e la crescita personale.

Una maturazione luminosissima che prende corpo in questo nuovo lavoro di Kevin Morby: la fotografia è una di quelle trovate dopo un tragico evento familiare e diventa simbolo di una ricerca interiore che finisce per inglobare le stesse radici del rock’n’roll, non a caso di base nella Memphis scelta per dar vita al disco. Rispetto al precedente, s’intravede per paradosso (visto il tema) molta più luce e aria, in pezzi particolarmente riusciti, in un mix di roots fra country, blues e soul mescolati con talento indiscusso. Un disco davvero molto ispirato e commovente, che colpisce fin dal primo ascolto.
(P.C)


FLORENCE + THE MACHINE – DANCE FEVER
(art-pop, indie-pop)

Tutte le popstar veterane hanno un momento di “ritorno alle origini” nella loro discografia: quell’album in cui riportano la loro immagine e il loro sound a quello del debutto, come l’eroe della novella che fa ritorno al villaggio natio con le conoscenze della maturità. Per Florence Welch, questo momento è Dance Fever, in cui la glaciale introspezione dei suoi lavori si combina con il personaggio creato alle origini, con Lungs: quello dell’eccentrica strega.

La voce della cantante è forte come sempre e trascina anche l’ascoltatore nella danza titolare: che sia nel mezzo della foresta, in un sabba notturno, o nello spazio intimo della propria casa. Florence si fa eroina tragica e gotica, ma mai abbattuta da ciò che la circonda, e sempre disposta a porgere una mano per coinvolgere anche i cari.
(F.Z)


SAY SUE ME – THE LAST THING LEFT
(indie-pop)

Arrivata al quarto album, la band sudcoreana guidata da Sumi Choi era chiamata a un salto di qualità significativo, per passare da realtà con buone prospettive a uno dei nomi guida del pop più autenticamente indipendente. La missione è perfettamente compiuta, e questo disco è semplicemente perfetto. Viene davvero difficile immaginare come si possa fare di meglio con le caratteristiche stilistiche messe in campo dal quartetto: melodie morbide, voce suadente, ritmiche che agiscono “per contrasto” dato che risultano spigolose e quadrate, e a fare da collante una cascata di jangle chitarristici dal suono pieno e riverberato.

È un lavoro che fa sognare e che ha la giusta dose di vitalità, destinato a lasciare un segno profondo in chi lo ascolterà. Per certi versi, vengono alla mente gli Allo Darlin, e per chi era fan della band anglo-australiana, non c’è probabilmente mai più stata una band così importante, sempre rimanendo nell’ambito indipendente. Ma ora, i Say Sue Me sono pronti a prendere in mano lo scettro, e se lo meritano.
(S.B)


THE BLACK KEYS – DROPOUT BOOGIE
(garage-rock, blues rock)

Omaggio esplicito nel titolo a Captain Beefheart per questo undicesimo disco dei Black Keys. Dieci tracce che scivolano via con grande scioltezza e tanti passi avanti nel suono rispetto ai lavori del recente passato. Dropout Boogie” è un album infarcito da scanzonato pop ed è il primo disco dei Black Keys a presentare collaboratori diversi dal frontman Dan Auerbach e dal batterista Patrick Carney, qualcosa che ovviamente riflette nel suono più ampio e variegato. A vent’anni dal loro debutto, questo lavoro raggiunge il traguardo della maturità ma è anche preciso indicatore sul dove potrebbero dirigersi nei prossimi anni. Il disco si chiude con la psichedelica Didn’t I Love You, vera gemma lisergica per i fan di vecchia data.
(G.A)


ADELE ALTRO – TENTATIVO
(instrumental ambient-jazz)

Già da un po’ la leader degli Any Other si fa chiamare con la parziale italianizzazione del nome della sua band, ma questa è la prima pubblicazione ufficiale con questo nome. Già il titolo stesso del lavoro fa capire che si tratta, ancora, di un work in progress, e che, semplicemente, Adele mette in campo delle idee giusto per stabilire un punto di partenza, da sviluppare in seguito. Il lavoro è breve, poco meno di 16 minuti, ma è piuttosto ricco di spunti, tra momenti jazzati, altri rarefatti e altri ancora più ariosi e diretti.

Lo spunto nasce dalle musiche composte per il podcast “Limoni”, il podcast di Internazionale sul G8 di Genova uscito poco meno di un anno fa, e queste sette tracce mettono comunque in mostra la lucidità di idee che ci si aspetta da un talento riconosciuto come quello dell’autrice. Vedremo cosa succederà da qui in poi, ma questo aperitivo è già piuttosto stuzzicante.
(S.B)


MARTA TENAGLIA – GUARDA DOVE VAI
(nu-soul)

Dopo due anni di singoli, cover, podcast, video e tutto ciò che si può fare per mettere in luce non solo l’aspetto musicale del progetto, ma la sua attitudine e la filosofia che lo ispira, la milanese Marta Tenaglia arriva al disco di debutto, con sei delle nove canzoni che, come detto, erano già usciti come singoli. Ma, si sa, ancora oggi in Italia si dà molta più attenzione agli album che a tutto il resto, e questo era, quindi, un passo necessario.

I più attenti, quindi, sanno già cosa aspettarsi, e per gli altri si può dire che siamo di fronte, innanzitutto, a un’artista e a una persona senza compromessi, che non ha paura di rischiare e che usa al meglio un sound tanto moderno e colorato quanto abrasivo e pieno di spigoli per dire cosa scomode e sacrosante sull’amore e sulla vita nella società attuale, in cui, nonostante i fiumi di parole che vengono spesi in Rete e sui media su rispetto e inclusione, c’è ancora “chi può e chi no, tu sì, io no” ed è difficile, tremendamente difficile, per chi vuole innanzitutto rimanere fedele a ciò che è, non farsi prendere dalla frustrazione. Marta Tenaglia ha una forza comunicative davvero unica e questo ascolto non è certamente facile o rilassante, ma difficilmente troverete altre proposte musicali così oneste, profonde e, allo stesso tempo, al passo coi tempi.
(S.B)


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