In Dis-Covered | La storia delle copertine

La Bambina a piedi nudi dei Violent Femmes | La storia delle copertine

La prima copertina illustrata di un disco fu realizzata esattamente 80 anni fa da Alex Steinweiss. L’album era un 78 giri di Rodgers e Hearts dal titolo Smash Songs Hits per la Columbia Records. Il grafico aveva proposto alla casa discografica di sostituire gli anonimi involucri marroncini e verdi con un artwork che avrebbe reso il vinile più appetibile: la Columbia incrementò di ben otto volte le vendite. Da quel momento le copertine sono diventate parte fondamentale del disco tanto che i loro destini si sono intrecciati indissolubilmente. Spesso hanno segnato la storia della musica e della grafica diventando pezzi da collezione. A volte immagini meravigliose sono maschere di lavori musicalmente meno belli, altre invece un involucro dall’aspetto discutibile può racchiudere musica meravigliosa. Ciò che le rende preziose a noi ascoltatori però è il valore sentimentale intrinseco che inevitabilmente le lega all’LP del nostro cuore. Quello che vogliamo fare con Dis-Covered è raccontare, alla nostra maniera, le copertine per noi più importanti, portando alla luce quel guizzo di magia che le rende così speciali.





VIOLENT FEMMES – VIOLENT FEMMES

Anno: 1982
Artwork
: Ron Hugo
Package Design: Jeff Price

You can’t judge a book by the cover, dicono. Traslando il discorso dai libri ai dischi, è vero solo in parte. Certo, in questi tempi di streaming e musica liquida l’importanza della copertina è andata scemando (chi ascolta le compilations su Spotify spesso non sa nemmeno cosa sta ascoltando, figuriamoci conoscere la cover dell’album). Ma non è stato sempre così. Ai tempi dei dinosauri noi maniaci cultori della nobile arte del crate digging avevamo pochi strumenti a disposizione per le nostre ricerche: il passaparola degli amici, i video dei singoli quando c’erano, le riviste specializzate, il buon cuore del negoziante che ti faceva assaggiare un pezzo del disco. Una buona copertina era perciò essenziale per catturare l’attenzione e spesso determinava le scelte. Poi non sempre quanto promesso dall’involucro corrispondeva al suo contenuto, ma il più delle volte sì. Nel caso dell’esordio dei Violent Femmes si può affermare con risolutezza che la copertina fa molte promesse e l’ascolto le mantiene tutte.

La copertina di Violent Femmes

La copertina mostra la foto di una bambina (l’allora treenne Billie Jo Campbell, scovata dal fotografo Ron Hugo mentre passeggiava per strada e pagata 100 dollari per il servizio) dai piedi scalzi e col vestito di pizzo appoggiata alla finestra di una casa diroccata. Analizzandola con attenzione la foto svela tutta la sua complessità. Intanto è una foto atemporale. Se anche dà un’impressione di antico, potrebbe essere stata scattata ieri o 100 anni fa. Poi è un’immagine che pone molte domande. Perché la bambina è lì? Cerca qualcosa/qualcuno? Scappa da qualcuno? Cosa vede all’interno? Domande che non hanno una risposta univoca, ognuno può farsi il proprio film personale. L’ambiguità di fondo non impedisce però che l’immagine sia percepita come autentica, reale.  Un’immagine che è un po’ un ossimoro, come lo sono i Violent Femmes, a partire dal nome e a proseguire con le canzoni tenere e torbide, dolci e malate, folk e punk. Tra cover e disco quindi c’è una corrispondenza perfetta. E rappresenta, assieme alla brughiera misteriosa di Murmur dei R.E.M., uscito lo stesso giorno, il segno tangibile che i tempi bui dei capelli cotonati e dei suoni di plastica di Duran Duran e affini erano ormai alle spalle.Solo un cenno al retro di copertina che è abbastanza standard, con le foto dei tre VF, i titoli dei brani e scarne note di informazione.

Gabriele Marramà

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