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‘It’s a Shame About Ray’ dei Lemonheads, la perfetta fotografia dei ’90

It’s a Shame About Ray è il quinto album in studio dei Lemonheads, pubblicato a giugno del 1992 da Atlantic Records. 

11:46:19  – 02/06/2021


I sentimenti del giovane Evan Dando

Per chi ha avuto la fortuna di vivere pienamente i primi anni ’90 fatti di grunge, flanella e converse, i Lemonheads hanno da sempre rappresentato una sorta di “camera oscura” degli ascolti. Poco affini al mondo grunge, ma molto vicino, Evan Dando, per etica, nichilismo e filosofia agli eroi grunge. A distanza di quasi 30 anni dal quinto album in carriera dei Lemonheads, ci si rende conto – forse solo adesso – di quanto ancora It’s a Shame About Ray sia uno dei migliori lavori dei primi anni ’90 e, contestualmente, ci si accorge di quanto questo lavoro risulti essere una delle opere più intense realizzate a quei tempi, capace, come una lama che affoga nel burro, di colpire corde emotive ben nascoste.

Piace pensare che, nell’anno dell’esordio degli Stone Temple Pilots con Core, nel secondo album degli Alice in Chains, e un solo anno dopo Nevermind dei Nirvana e il clamoroso Ten dei Pearl Jam, questo terzetto si adattasse perfettamente a quei sentimenti espressi dall’allora venticinquenne Evan Dando. Ma per quanto ci fosse quella sorta di catarsi adolescenziale ordinaria, c’era una serietà e un’urgenza nella produzione grezza e nel gioco rabbioso che facevano sembrare “i mostri” del grunge quasi piatti al confronto.

It’s a Shame About Ray dei Lemonheads, la perfetta centrifuga degli anni ’90

Tolto il contesto culturale in cui è inserita la band, It’s a Shame About Ray a distanza di quasi trent’anni potrebbe essere inserito in uno di quei documenti di album classici che fanno per pubblicazioni senza tempo di band come Pixies e Husker Du. Molte delle canzoni presenti in questo quinto album in carriera del gruppo potrebbero – e dovrebbero – essere suonate su almeno una stazione rock classica di ogni stato del globo terreste. It’s a Shame About Ray è più di un semplice centrifugato di pop punk rock: è una raccolta di canzoni solida, contagiosa e perfettamente equilibrata. Evan Dando, come interprete, fa quello stile metà canto e metà ululato meglio di chiunque altro. Ogni linea è suonata come se stesse cantando mentre barcolla sul bordo di una scogliera su di una zattera.

È così stimolante e allo stesso tempo straziante che anche un principiante punk non può fare a meno di essere preso dal modello disordinato e primo hard-core da cui viene generato questo piccolo gioiello. Non è necessario essere un appassionato di punk/hardcore,per apprezzare trasversalmente questo lavoro. È ancora quel perfetto equilibrio di puro pop e totale dissonanza che piace più di ogni altra cosa, e questo album è uno dei pinnacoli di quel tipo di fusione. Anche se è tanto nella variazione da traccia a traccia quanto all’interno di una data melodia, ci sono un sacco di ganci intelligenti e potentissimi mescolati a lasciare ammaliati. L’esperienza è quella di sentirti a casa con canzoni indelebili, oltre a sentirti come se stessi senza pietà essere schiaffeggiato dai tuoi demoni interni. 

Il livello sonoro degli anni ’90 passa attraverso questo lavoro

Diciamolo senza fronzoli: questo è un album rock impeccabile. Ogni canzone è strutturata bene e scorre insieme come tutti gli album dovrebbero aspirare a essere. La musica così onesta e sincera ha bisogno di essere ascoltata di più, e per quanto riguarda la qualità, non c’è una falla da trovare, dall’opener “My Drug Buddy”, capace di svelare i confini degli aspetti più oscuri della personalità di Evan Dando al capolavoro omonimo del disco, si ha la sensazione reale di sbirciare nella vita dell’artista tormentato, ma lontano dai riflettori dei protagonisti del grunge. Menzione poi a parte va alla ballad di “Confetti” che, con un ritornello orecchiabile, grandi chitarre, ed una serrata batteria di David Ryan, fissa l’asticella della qualità in cima alla voce: la perfetta canzona alternative.

Molti dei ritornelli sono meccanici come possono essere, e i testi sono ridicolmente diretti. “Bit Part” è tanto un classico istantaneo agitato e appassionato  quanto una poesia da liceo, sbarazzina in studio e resa avvincente dalla pura cacofonia del duetto tra Dando e la bassista Juliana Hatfield. It’s a Shame About Ray è un album immensamente divertente composto da brani coinvolgenti replicabili   ad alto volume da qualsiasi chitarrista autodidatta in giro per la stanza. È come gli inni dei Motörhead per le persone a cui non piacciono i Motörhead.

Ed è ben riempito con interludi inebrianti (Frank Mills) per evitare che le cose diventino troppo opprimenti. Questo è un lavoro per tutti coloro che amano la musica rock – non solo per gli elitari punk rock. It’s a Shame About Ray mostra una band ben adatta per una vita continuata al di fuori del loro periodo di massimo splendore. In caso contrario, almeno abbiamo questo materiale per tenerci sintonizzati su come una formula radicata nella semplicità può tradursi in meravigliosa ed eterna atemporalità. 

G.A

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