In un mondo sommerso da rumori visivi la delicatezza di un suono è il rifugio. Intervista agli A Minor Place

  • Nati nel 2013 su iniziativa di Andrea Marramà e Roberta D’Andrea, gli A Minor Place sono tornati in pista con il loro ultimo album intitolato It’Ill End in Stile ( ne abbiamo scritto qui). Ci hanno amabilmente aperto le porte della loro accogliente casa e abbiamo intervistato la band.

12:06:51  – 22/02/2021


Partiamo dalle origini, quando nasce la creatura A Minor Place? 

Sembra ieri, avevo comprato un basso con una sola intenzione: creare un rapporto amoroso tra il basso e mia moglie Roberta. Suonavamo cover dei Wild Nothing e qualche altro pezzo sparso. Abbiamo suonato una nostra prima canzone realizzata in maniera molto artigianale tra un accordo e un esperimento nato su GarageBand. Ho iniziato a creare tutto in maniera solitaria, sembrava di stare all’interno di un videogame. Mi piacque da subito l’idea di metter su una band.

Vi piace la definizione “artigiani del suono”? 

Alla base di qualsiasi processo musicale a vincere è sempre la canzone. Il suono è l’ultimo dei problemi e ti aggiungo: ci ha molto incuriosito la definizione che voi avete concesso al nostro disco: synth pop ci piace.

In questo disco si percepisce tanta “umanità’. In maniera subliminale sembra quasi esistano dei codici esoterici frutto di una componente molto “familiare” che si respira in tutto il vostro ultimo lavoro. Cosa c’è alla base?

Alla base c’è la vanità. Io ho voglia che la gente ascolti le nostre cose, le nostre idee e i nostri suoni. Le fondamenta di questo disco si basano principalmente sulla nostra passione per la musica. I nostri fruitori sono appassionati e gli A Minor Place possono piacere perchè in un certo qual modo tendiamo “a rassicurare” una certa fetta di pubblico. 

La scrittura è l’elemento che incuriosisce e questo disco ha tanto il sapore di una piacevole esperienza condivisa da voi tutti. C’è un elemento univoco che vi accomuna ?

Questo disco nasce principalmente da miei lavori e gran parte di questo lavoro non nasce da una visione comune ma di un singolo. Successivamente cerchiamo e rafforziamo il tutto attraverso il passaggio più importante che è destinato ai musicisti più esperti. Luciano e Pierluigi, rispettivamente batteria e chitarra, pennellano, con la loro tecnica, le nostre canzoni e infine cerchiamo di replicare certi suoni partoriti da software. 

Cosa potrebbe cambiare se a dettare i tempi di produzione fosse un’etichetta discografica?

Noi non facciamo nulla di così originale. Siamo così fuori da queste logiche di mercato che francamente non ci ho mai pensato. Suoniamo per il gusto di suonare. Alla base c’è sempre la condivisione, la grande empatia tra di noi che cerchiamo di trasportare nei nostri lavori. Sicuramente traspare anche la nostra “tempra melanconica”.

Francamente io non andrei mai a vedere una band vecchia come la nostra! Ma posso garantire circa lo spirito che noi mettiamo che è genuinamente adolescenziale. Pensa, in tanti ci paragonano (esagerando ovviamente) agli Yo La Tengo. Questa cosa mi piace moltissimo per un motivo: definisce quel concetto di “musica confortevole a cui noi puntiamo e su cui noi gettiamo le nostre basi”.

Quanto è importante annoverare una moglie al fianco anche in una band? 

Sinceramente ti dico che è tutto. Senza mia moglie questo processo non sarebbe mai esistito. A volte mi sento un Lino Banfi impegnato ad imporre alle case di produzioni la figlia Rosanna. Un gruppo come il nostro è una famiglia e il lockdown e la pandemia ci ha tolto questo elemento che è fondamentale per un progetto come il nostro. 

Suonare in due, per atteggiamento e appeal, può essere il formato ideale ma può anche rivelarsi una sorta di incubo. Anche concepire in due è il formato più democratico che esista. 

Tecnicamente oggi è possibile, artigianato e mestiere possono fondersi in epoca così digitalizzata. Se ci pensi, oggi basta saper suonare qualcosa ed avere una discreta conoscenza dei software, impensabile fino a poco tempo fa. Quindi, riuscirei a realizzare un lavoro in totale solitudine ma non potrei assolutamente garantire circa il risultato.

A Minor Place è un progetto che mette al suo interno le storie di ognuno di noi con tutte le nostre sfaccettature, portandosi carico anche delle nostre differenze caratteriali e comportali. Siamo una band anche fuori dal segmento musicale e come tutte le band e le famiglie abbiano i nostri micro problemi che in un certo senso servono e che contestualmente tendono ad offrirci un quotidiano ossigeno per andare avanti. 

Suggerite una traccia del vostro ultimo disco ad una coppia di melanconici innamorati. 

Il manifesto della malinconia e della disillusione concepito tra timidezza e poca considerazione del “proprio io” è Victor e aggiungo: è la traccia di cui siamo più fieri. 

G.A

 

LEGGI ANCHE ——-> Divisi dal lockdown ma più uniti che mai”. Intervista ai Django Django

LEGGI ANCHE ——-> Le migliori uscite discografiche della settimana| 5 febbraio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *