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Il distopico e seducente ‘Neon Bible’ degli Arcade Fire

Neon Bible è il secondo album in studio degli Arcade Fire, pubblicato a marzo 2007 dall’etichetta Merge Records.

15:30:41  – 18/03/2021


Il distopico Neon Bible firmato Arcade Fire

Riesco quasi a sentire il fastidioso ronzio tipico di una di quelle lampade al neon che fatica ad accendersi, singhiozzando luce a ritmo irregolare; una figura utilizzata tantissimo nel cinema per conferire ad una ambientazione un carattere sinistro, tetro. La luce fredda si accende e si spegne, correndo lungo lo scheletro di un libro aperto. Il rosso della copertina e il bianco delle pagine gli unici due colori in vista. Non compaiono scritte sulla cover dell’album. Il design essenziale è tanto distopico e cupo quanto seducente, invitante.

L’evoluzione

Intervistato nel 2016 per la Red Bull Music Academy, Win Butler, frontman della band e leader creativo insieme a Régine Chassagne, è stato interrogato sull’evoluzione nel sound degli Arcade Fire nella transizione tra Funeral e Neon Bible. Butler ha parlato di come non avrebbe mai voluto suonare in una band che avesse un solo sound ed ha aggiunto che per quello che è il suo modo di vedere le cose, iniziare un nuovo progetto è un po come formare una nuova band; che invece degli Arcade Fire, potrebbero chiamarsi i Funerals, Neon Bibles, etc; che ogni progetto dovrebbe poter esistere ed essere apprezzato separatamente dagli altri.

La ferita dell’11 settembre 

Questo è evidente anche per Neon Bible, che rispetto a Funeral può vantare un sound più ricco e una strumentazione molto più varia rispetto al precedessore (con organi, cori e arrangiamenti orchestrali), cosa che è costata loro anche qualche critica. Le differenze tra i due album non si limitano però soltanto alle sonorità ma anche alle tematiche: il primo è un album introspettivo e intimo, mentre in questo vediamo la band abbracciare temi più attuali, ispirati dal mondo che li circonda.

Siamo tra la prima e la seconda metà degli anni duemila e il continente nord-americano vive ancora nel pieno delle conseguenze del 9/11. Da una parte gli stati rivedono le proprie leggi e il proprio livello di intrusione nelle vite dei cittadini nel nome della lotta al terrore, in un periodo che culminerà con l’invasione dell’Iraq, dall’altra, il clima di paura generale spinge tanti verso un qualcosa in cui poter trovare del conforto, e questo qualcosa per molti sarà la fede, un terreno quindi che si rivelerà fertile per l’attività evangelica.

Che si tratti di orchestrali fughe da realtà opprimenti e terribili (come in Keep the Car Running) o di casi in cui il rifugio nella fede più cieca ha portato al più totale alienamento dal mondo reale (come ad esempio in Intervention) i temi della perdita della propria libertà (e della propria identità) e del ruolo degli indottrinamenti della chiesa nella cultura moderna ricorrono più e più volte all’interno dell’album e lo rendono infinitamente analizzabile, vivisezionabile.

Le tematiche 

I temi trattati non sono dei più felici, sarebbe quindi lecito aspettarsi che al suo ascolto l’album finisca per emanare atmosfere tristi, chiuse, prive di qualsivoglia colore o impeto, eppure la direzione non potrebbe essere più diversa. La band opta invece per un sound più operistico, più pieno, più teatrale nella ricchezza dei suoi elementi e nella stratificazione dei suoi arrangiamenti; a questo sound affianca tutta una serie di scelte per mantenere l’atmosfera sinistra e tormentata sempre viva nell’orecchio di chi ascolta.

Il riverbero sporco e distorto in Black Mirror, le inquietanti armonie vocali in Neon Bible, le tetre, bassissime note di piano a far da punteggiatura alle parole cantate da Butler in Ocean of Noise, sono solo alcune delle misure a cui la band ricorre nella creazione dell’atmosfera distopica che ritroviamo lungo tutto l’album.

Alla fine però, ascolto l’album e puntualmente sono costretto ad alzarmi e mettermi a ballare in seguito all’ennesima Springsteen-iana deflagrazione con cui alcune di queste tracce prendono vita, si gonfiano come un oceano in tempesta e animano quella voglia di fuga che, insieme proprio anche all’oceano, è una delle figure ricorrenti nell’album. Sì, perché nonostante i tempi difficili e i regimi opprimenti e manipolatori, qualcuno riesce sempre fuggire, e io… no, mi sa che ascolterò tutto l’album un altro paio di volte.

Matteo Cioni 

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1 Commento

  • Rispondi
    Massimo
    11/06/2022 at 19:32

    Bella recensione, complimenti

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