17/07/2024
Si tratta della prima pubblicazione da solista di David Sylvian. Nel 2003 l'album è stato ripubblicato in versione rimasterizzata.

 

Brilliant Trees è il primo album in studio del cantautore britannico David Sylvian, pubblicato nel 1984 dalla Virgin Records. Nel 2003 l’album è stato ripubblicato in versione rimasterizzata.


From obscure alternatives to brilliant trees

Quando lascia i Japan che ha contribuito a rendere una della band più interessanti e originali della New Wave inglese, i giornali musicali britannici ne parlano di David Sylvian come dell’ “uomo più bello del mondo”. Come dire che Pavarotti era l’uomo più grasso. Nessuna della due costituiva una verità in assoluto, ovviamente, ma soprattutto non aveva alcuna influenza sul valore artistico dei succitati big.

I Japan non erano una boy band, ed è certo che Sylvian sarebbe stato in grado di dimostrare grandi cose anche senza le sue ricercate acconciature platinate. Lo garantiscono in ordine di validità Tin Drum e Gentlemen Take Polaroids, i vertici discografici del quartetto londinese che depone le armi nel dicembre del 1982, e dopo un anno e mezzo il folgorante inizio di carriera solista del cantante che avvampa con Brilliant Trees. Registrato tra Berlino – negli Hansa by The Wall dove Bowie nel 1977 aveva registrato “Heroes”, e l’anno
dopo, nel 1985, i Marillion realizzeranno il best seller Misplaced Childhood – e Londra, il discorso di Sylvian pare la naturale prosecuzione di quanto – di buono – fatto insieme a Karn, Barbieri, Jansen.

Ci fosse stato un quinto disco di studio collettivo, forse non avrebbe suonato diversamente da Brilliant Trees. E non solo perché all’appello dei vecchi sodali manca solo il bassista, causa incompatibilità maturate a seguito di gelosie non solo di carattere professionale (la fotografa Yuka Fujii, ex di Karn, nel frattempo è diventata la compagna di Sylvian).

La teoria del 3

Oltre alla presenza di Ryuichi Sakamoto, sempre di più sorta di fratello siamese del cantante, e quella di Steve Nye come produttore – che aveva contribuito a ottenere le anodine sonorità di Tin Drum nelle vesti di tecnico del suono e dalle quali riparte, una delle chiavi della riuscita di Brilliant Trees – Sylvian si circonda di un manipolo di navigati investigatori sonori che abitano angoli stilisticamente distanti, in alcuni casi agli antipodi, e ciononostante si amalgamano in modo quasi simbiotico. 

Se tre è il numero perfetto, Sylvian pensa alla formazione che inciderà basandosi sulla numerologia. Danny Thompson, Phil Palmer e Holger Czukay sono meteore che provengono dall’universo spazio-temporale del Prog rock della decade precedente nelle sue mille sfaccettature.  Entrati nell’atmosfera di Brilliant Trees lasciano una scia luminosa senza però dissolversi; Jon Hassell, Mark Isham e Kenny Wheeler rappresentano le trombe del giudizio – inteso come raggiunto equilibrio –; Steve Jansen, Richard Barbieri e lui stesso/e Ryuichi Sakamoto (da considerarsi uno/inscindibili: hanno già collaborato nei Japan e inciso insieme Bamboo Houses/Bamboo Music e Forbidden Colours) valgono la continuità tra presente e passato personali.

La prova del/dei nove (che fanno tornare i conti). 

Nel 1984 il CD si sta già candidando come il supporto sonoro del futuro, ma il vinile resiste fieramente e Brilliant Trees è immaginato ancora per essere per prima cosa un long playing. La facciata A luminosa, la B crepuscolare: un lento immergersi nella penombra che cede terreno alla notte, interiore. Le sferzate di de- generoso funk, con fantasmatico insinuarsi del ‘pericolo giallo’ – le note bieche e sbilenche come un virus dell’impressionista Barbieri – di Pulling Punches; le manciate di humus, umido e pastoso, su cui poggiano il contrabbasso di Danny Thompson e la tromba del beautiful outsider Kenny Wheeler di The Ink In The Well, la torre di cristallo di Nostalgia sulla cui prova collettiva Sylvian erige una performance vocale che è un vessillo emozionale, sono un altro trittico che lega teoria e pratica, manifesto e realizzazione, per mezzo di una chiave banalmente detta, per convenzione e questioni pratiche, “perfezione”.

Forbidden fruit

“So che stai affrontando i tuoi fantasmi personali / una certa difficoltà di vivere che anche io conosco”. Suona la tua chitarra rossa, per esorcizzarli. Per scacciare, o forse alimentare chissà, il diavolo nella carne. La mia chitarra rossa è la forza di resistenza, metallo dell’anima. Intende questo, Sylvian, cercando di dare alla Virgin il singolo che ripaghi la fiducia – e i denari – concessigli. Un brano che non è da bagaglio artistico di un single – dopo la band – che vive di hit single. Non può essere sottile come la lastra di superficie di un laghetto ghiacciato all’arrivo della primavera.

Per ovvie ragioni: Sylvian tesse strategie alternative. Red Guitar è il singolo che in maggio anticipa l’album. È un corpo staccato dal resto del lavoro, una sorta di frutto proibito, nato dal flirtare – sofferto come un amore contrastato – con la voglia, o meglio lo sprone autonomamente forzato, di farsi strada in classifica.

È mosso da una angoscia strisciante di fondo dettata dalle note del piano di Sakamoto che si contrappone al passo cadenzato, quasi marziale nel suo incedere stentoreo, della ritmica (di derivazione Tin Drum) sinto/finto/etnica di Steve Jansen. Un passo deciso che, seppur dotato di una gaiezza ambigua e sulfurea – it’s the devil in the flesh –, quasi sofferente, porta il brano in classifica fino al numero 17, il massimo risultato per un singolo a nome di David Sylvian.

B x 3

Ancora il 3. Tre brani per il lato B. La ritmica sempre più ai margini dall’ortodossia rock, suggestioni etniche che infestano il tessuto nervoso dei brani come ectoplasmi da ghost story orientale (e africana del codazzo strumentale di Brilliant Trees che pare abbracciare la causa di Peter Gabriel), synth che masticano ed espettorano ansie, una drammaticità sensoriale che indugia sui solchi, perché la meccanica della puntina del giradischi che scandaglia i solchi del vinile rappresenta quanto Sylvian indaghi il suo animo in profondità
come mai fatto in precedenza.

Weathered Wall, Backwaters, Brilliant Trees si con/fondono e fanno blocco. Diavolo e metallo, materia e spiritualità, carne e trascendenza. Sull’intero corpo di Brilliant Trees che si offre senza filtri, la voce di Sylvian si staglia come quella di una moderna sirena tra gli scogli che delimitano uno stretto passaggio marino: strumento affinato all’ombra del crooner_ism di Bryan Ferry, da cui mano a mano David si è staccato per guadagnarsi un posto alla luce, fino a generarne di sua propria.

Se il cantante dei Roxy Music è il re dei dandy, l’uomo una volta più bello del reame è il dandy dei re, dei sol, mi, fa, do, la… disposti con singolare costrutto sul pentagramma dell’anima.

Andrea C. Soncini 

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1 thought on “Il Brilliant Trees di David Sylvian, trentasei anni dopo.

  1. Brilliant trees é un album stupendo, metaviglioso, incredibile che continuo ad ascoltare da 35 anni.
    Mi stupisce sempre, mi incanta sempre….
    L ho avuto in formato disco, poi cd e ora lo acolto in formato liquido.
    Mi accompagnera ancora.
    Grazie x l articolo.
    Federico

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