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Il 27 marzo del 1991 gli Slint pubblicano ‘Spiderland’, il disco perfetto

Spiderland degli Slint fu registrato nell’estate del 1990 negli studi della River North Records di Chicago e pubblicato il 27 marzo del ’91 per l’etichetta Touch and Go Records.

10:49:13  – 27/03/2021



“Let me in”, the voice cried softly

Potrei iniziare con la più a buon mercato delle banalità a buon mercato e ripetere per Spiderland quello che Brian Eno disse per Velvet Underground & Nico, una frase tanto abusata che non mi va nemmeno di riscrivere, anche se a declinarla per gli Slint sarebbe ancor più vera. Anzi, con gli Slint si dovrebbe parlare non solo di meccanismi di influenza ma di vera e propria filiazione e germinazione, iniziata già con gli Squirrel Bait, e forse già in nuce con Maurice e Languid and Flaccid, varie band giovanili, adolescenziali, anche pubescenziali che sono via via state diverse incarnazioni del nucleo Slint, e germi per band che verranno insieme e dopo gli Slint, da Gastr del Sol, Shipping News, Rodan, For Carnation, e da lì June of ’44 e Tortoise.

Voglio invece iniziare accennando una cosa che sanno in pochi. La sanno quelli che hanno visto con attenzione il documentario Breadcrumb Trail che Lance Bangs realizzò per il ventennale dell’album. Sul retro della copertina del disco è stampato l’indirizzo di casa del batterista Britt Walford, con un annuncio nel quale il gruppo diceva di cercare una vocalist femminile. A un certo punto nel documentario i genitori di Britt Walford dicono che arrivarono in effetti molte lettere, tra cui pare una di PJ Harvey. Sembra quasi una leggenda, e invece è tutto vero e confermato da Dave Pajo.

Gli Slint e la genesi di Spiderland

Stavano anzi per stampare l’intera lettera nel libretto accluso alla ristampa di Spiderland, ma prima chiesero a PJ Harvey se la cosa non le creasse problemi e lei rispose che era una lettera personale e preferiva non venisse divulgata. Quello che sappiamo è che nella lettera diceva che Spiderland le aveva fatto compagnia durante un periodo difficile della sua vita, e era l’unico disco che in quel periodo riusciva a ascoltare, insieme a Howlin’ Wolf.
Quello che è dubbio è che l’annuncio fosse da prendere sul serio. Ti sto parlando di Britt Walford, cioè di uno che poi avrebbe contribuito a dare forma al sound dei Breeders, ma con gli pseudonimi di Mike Hunt (su Safari) e Shannon Doughton (su Pod), ti sto parlando di uno che dopo l’avventura con gli Slint ha dormito mesi sul divano dell’appartamento newyorkese di James Murphy e lavorava in una pasticceria che produceva dolci a forma di cazzi e tette, ti sto parlando di uno che per Tweez, il primo album degli Slint, aveva registrato e usato rumori dei “movimenti corporali” dei membri del gruppo (si parla di una “Anal Breathin’ Cassette”), una cosa che Britt Walford sul documentario non vuole commentare—che è esattamente quello che dici quando vuoi ammettere di aver fatto una cosa che non dovevi fare senza dire di averla fatta. Ma è successo di peggio, e David Yow lo sa.
Tutte cose divertenti perché vere. Come è probabilmente vero che durante la registrazione di Spiderland alcuni membri del gruppo furono ricoverati per attacchi di ansia e panico e come è vero che per il primo incontro con Steve Albini, Ethan Buckler (all’epoca bassista del gruppo) per scherzo gli puntò in faccia una pistola comprata da un rigattiere poco prima.
Incontro quello quasi profetico. Proprio Ethan Buckler sarebbe rimasto insoddisfatto della produzione di Tweez, disco che Albini aveva reso metallico e abrasivo e Buckler voleva invece caldo e pulito, più in accordo con le chitarre pulite e affilate che Brian McMahan aveva imparato a apprezzare ascoltando i Minutemen e il catalogo Dischord che non alle distorsioni degli Hüsker Dü. Per non sbagliare, uscirono di scena sia Ethan Buckler che Steve Albini. Buckler fu rimpiazzato da Todd Brashear, e Albini da Brian Paulson, già al lavoro con un disco dei Bastro, il gruppo che David Grubbs formò dopo gli Squirrel Bait, insieme a John McEntire e Bundy K. Brown e che sarà un primo embrione per Gastr del Sol e Tortoise… l’ho scritto sopra: con gli Slint si deve parlare di vera e propria filiazione, quasi di una genia. Pensa a loro come a Socrate per i filosofi greci. O Hulk Hogan per il Wrestling.  

I won’t be back here, though we may meet again

Spiderland fu registrato nell’estate del 1990 negli studi della River North Records di Chicago. Furono sessioni di registrazione intense, quasi traumatiche. Tweez era un disco ancora “familiare,” in ogni senso: la Saab in copertina era dei genitori di Walford, la foto scattata dal fratello e rimaneggiata da Albini stesso, i titoli delle canzoni dedicate ai familiari dei membri, l’intero disco pubblicato dall’etichetta (e con i soldi) di Jennifer Hartman, amica quasi d’infanzia del gruppo. Dimensione familiare e calda che su Spiderland  scompare completamente. Qui è tutto cupo, scarnificato, quasi tragico. I suoni sono stranamente essenziali e asciutti anche quando sono distorti. Sembra che nelle sei tracce del disco gli Slint vogliano sbarazzarsi di quella filigrana di barocchismo che velava Tweez e denudare gli elementi fondanti e le loro contraddizioni.  
Questa altalena tra leggerezze goliardiche e dirupi esistenziali, tra un lato da folletto dispettoso e uno introverso e riflessivo, tra esuberanza e apatia è l’incontro delle due diverse branche sociali di Louisville, divisa tra un sud redneck, e i quartieri nella parte est dove vivevano strati sociali più colti e privilegiati. Ambivalenza che viene resa perfettamente dalla schizofrenia del disco, diviso tra momenti calmi e urlati, tra quiete e improvvise epistassi di rumorismi, tra fredda stasi e improvvise accensioni umorali.
Una firma sonora che lo stesso anno si sentirà su Goat dei Jesus Lizard e, sebbene in forma decisamente più da palcoscenico, su Nevermind dei Nirvana (e che Cobain aveva probabilmente già sentito su Skag Heaven degli Squirrel Bait) e che poi risentirai nei decenni successivi e con ogni probabilità anche in quelli che verranno dopo questo: gli Slint termineranno di registrare il disco per l’autunno del 1990 e già a dicembre si saranno sciolti, tre mesi prima dell’uscita ufficiale del disco, ma avevano fatto IL disco perfetto, e per di più un disco che conteneva in nuce i dischi di un decennio e qualcosa in più.
La delicata e straziante “Washer” e la dimessa “Don, Aman” saranno alla base di tanto slo-core, le fredde e agghiaccianti ripetizioni di “Nosferatu Man” daranno forma al lato kraut del post-rock oltre che a molto math-rock, “Good Morning, Captain,” la loro personale versione di The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge, fornirà la falsariga su cui i June of ’44 edificheranno un intero splendido catalogo. Ma Spiderland non si ferma qui.
Ormai è un organismo vivente e senziente che dopo trent’anni continua a dare frutti: i Black Country, New Road citano quasi verbatim lo stacco di “Breadcrumb Trail”sulla loro “Athens, France” e nominano apertamente gli Slint su “Science Fair,” dove l’io narrante “fled from the stage with the world’s second best Slint tribute act,” verso che probabilmente cela una strizzata d’occhio a un altro “Slint tribute act,” i compagni di vivaio e altrettanto slint-iani black midi, mentre oltreoceano gli Sprain aprono il loro album di debutto As Lost Through Collision con un pezzo strategicamente chiamato “Slant” e i Lifeguard si guardano bene da evocare gli Slint, ma ci ha già pensato qualcun altro, definendoli “the best teen rock band since Squirrel Bait” (e per delle buone, anzi per delle ottime ragioni!).
Non male per un gruppo che ha iniziato con un concerto in una Chiesa Unitariana con l’improbabile nome Small Dirty Tight Tufts of Hair, davanti a bambini che piangevano, gente che se ne andava e pochi stoici assonnati. Gli Slint non hanno mai cercato il pubblico, e anzi, erano e sono quattro ragazzi che soffrono di un qualche disturbo ansioso-depressivo e che neanche si stanno tanto simpatici l’uno con l’altro.
Ma si sa, in musica le cose migliori nascono sempre quando non si cerca di compiacere un pubblico. Ma ora quel pubblico c’è lo stesso e siamo legione, e tu dovresti voler farne parte. Allora non ti resta che mettere il disco sul piatto, abbassare la puntina e iniziare a seguire le prime tracce di briciole di pane fino a perderti dentro il disco perfetto. 
Paolo Latini 

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