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I Radiohead e ‘OK Computer’: il sentimento del nostro tempo

Ok Computer è il terzo album in studio dei Radiohead, pubblicato il 21 maggio 1997 da Parlophone e Capitol Records. Il disco è coprodotto da Nigel Godrich.

23:29:06  – 20/05/2020


Radiohead Ok computer

Il caos sconnesso della frenesia

Confusione, sfasamento, discronia. È la fine del ’96 e l’estenuante tour di The Bends fra Giappone, Stati Uniti ed Europa ha ormai assicurato ai Radiohead riconoscimenti unanimi da parte di critica e pubblico. I cinque di Oxford hanno saputo distanziarsi dal successo internazionale di Creep. Il gruppo è stato capace di risolvere e superare egregiamente il temuto “complesso da secondo album” condividendo un tour con uno dei gruppi più influenti per la loro formazione, i R.E.MEppure l’esperienza di quasi due anni di viaggi, convivenza forzata, stimoli casuali persistenti e ritmi quotidiani frenetici lascia una traccia importante: è la condizione preliminare fondamentale di OK Computer.

Sovrastare il rumore di fondo

Reduci da un’esperienza fallimentare in studio di registrazione, i Radiohead questa volta decidono di fare a modo loro. Si comprano un impianto a loro spese per andare a registrare al Canned Applause, un capannone vicino casa, con l’intenzione di prodursi da sé.

Naturalmente poi le cose non filano lisce come previsto. La band si avvale dell’ottimo apporto di Nigel Godrich, che da tecnico del suono diventa vero e proprio coproduttore. Godrich affitta per qualche mese St. Catherine’s Court, una villa di proprietà costruita nel XV secolo, che eserciterà un’influenza determinante sullo stato d’animo dei componenti della band, oltre che naturalmente sull’acustica del disco.

Fragilità della vita e senso di mortalità sono elementi che trasudano e ne diventano spunti emotivi di un disco che mette al centro un’umanità scossa e priva di appigli nella transizione all’era digitale. Il titolo dell’album potrebbe essere un ironico riferimento a un’accettazione rassegnata alla volontà di un ammasso di chip che ha preso il sopravvento su ossa e carne, una riflessione sulla tecnologia o un’affermazione tagliente a proposito della rivoluzione informatica. Ad ogni modo è un dato di fatto che OK Computer faccia largo uso di campionatori, sintetizzatori, computer e molto altro materiale digitale. Come descrivere il disorientamento provocato dal caos sovrastimolante e l’ipersensibilizzazione di una confusione sconnessa, se non con il rumore che questo caos e questa confusione provocano? 

Nonostante queste considerazioni, i Radiohead hanno guardato al passato per raccontare il futuro. Lo hanno fatto riutilizzando e riplasmando a propria immagine i materiali del White Album dei Beatles (Happiness Is A Warm Gun e Paranoid Android) e Bitches Brew di Miles Davis (Subterranean Homesick Alien). Il tutto condensato anche del krautrock ’70 (Mellotron e pre-sintetizzatori per simulare cori e orchestre).

Ok Computer dei Radiohead: disorientamento, apocalisse e rigenerazione?

Come in tutti i lavori dei Radiohead, la disposizione della scaletta è fondamentale. La band ha sempre cercato di prevenire una fruizione da ascoltatori di playlist, frammentata e schizofrenica. E così anche brani che potrebbero sembrare all’apparenza irrilevanti   (Electioneering o a Climbing Up The Walls), nell’insieme trovano una loro collocazione come i tasselli di un mosaico ben architettato e ricco di sfumature.

L’attacco di Airbag, con il suo riff di chitarre stridenti e la batteria ipercompressa, preannuncia atmosfere di morte e rinascita (In a next world war/ In a jackknifed juggernaut/ I am born again). La canzone, costituisce insieme agli altri primi quattro brani, una sezione dominata dal caos percettivo (la tripartizione paranoide, psichedelica e post apocalittica di Paranoid Android) e dall’incertezza epistemologica (l’ascensione a un mondo extraterrestre di Subterranean Homesick Alien).

Ma anche la desolazione amara di Exit Music (For A Film), che trapassa nella sospensione alienata della mitezza apparente di Let Down. Questa complessità multidirezionale ed emotivamente così sfaccettata cede il passo a una consapevolezza sfiancata che si apre su uno scenario catastrofico. Quotidianità iperconformate alle aspettative, interpretate da voci fin troppo assimilabili ai nostri assistenti vocali (Fitter Happier), ritratti macchiettistici di adulti paranoici (Karma Police), atmosfere cariche e cupi presagi (Electioneering, Climbing Up The Walls, Lucky).

Ma alla fine, forse, uno spiraglio di luce dettato dalla consapevolezza acquisita: progressivamente le sonorità del disco si dilatano. Uscire da una quotidianità ingabbiante (No Surprises) per rallentare (The Tourist): è quello che si augura Thom Yorke sul finale “Hey man, slow down”. OK Computer si chiude su un tintinnio, un solo colpo leggero e acuto, di un triangolo o di un campanellino da tavola: una disperata speranza, un segno di liberazione spirituale.

La capacità indiscussa di intercettare il sentimento del tempo

Che cosa ci hanno voluto spiegare i Radiohead quando hanno pubblicato questo disco? Probabilmente, come per gran parte della loro produzione, niente: non ci sono morali, non c’è pedagogia perché non c’è profetismo. OK Computer ha saputo sintetizzare un momento di transizione tra un secolo e l’altro. Aggiungiamo che ha sintetizzato inoltre un’epoca analogica che portava con sé musicalmente il retaggio dei generi dominati dalle chitarre, e quella digitale, con la musica elettronica.

OK Computer ha saputo cogliere e interpretare con sensibilità un sentire comune di smarrimento e alienazione e l’ha sarcasticamente attribuito a una presupposta responsabilità esterna (un nemico comune come può essere il disturbatore di Karma Police, l’aeroplano di Lucky o il soffocamento parentale di Exit Music). E infine, questo sentire comune che coglie tuttora la nostra generazione e probabilmente coglierà allo stesso modo anche quelle a venire, OK Computer ha saputo aiutarci a comprenderlo e a esorcizzarlo.

 

Gaia Carnevale 

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