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I Pink Floyd compongono la loro cosmogonia in A Saucerful of Secrets e salutano Barrett

A Saucerful of Secrets è il secondo album in studio dei Pink Floyd, pubblicato nel 1968 dalla Columbia Graphophone Company.

00:52:42  – 28/06/2020


I Pink Floyd e la svolta di inenarrabile brutalità  

L’epopea dei Pink Floyd è costellata di lavori iconici – alcuni dei quali sicuramente sopravvalutati – e da album che si prestavano meno alle logiche del consumismo, pur essendo maledettamente brillanti. Non è questa la sede cybernetica opportuna per dibattere sul valore di ogni singolo episodio della band britannica. Tuttavia, non ci si può esentare dal prendere una posizione molto netta: gli album seminali li troviamo inevitabilmente dalla parte sinistra della loro cronistoria, nella fase in cui la musica cosmica rappresentava – perlomeno fino a quel momento – l’invenzione del secolo.
È doveroso inserire, tra gli album più influenti, A Saucerful Of Secrets, anche se il suo è un discorso più complesso. Il secondo album dei Pink Floyd equivale, all’interno del loro cammino, ad una svolta di inenarrabile brutalità. Dopo questo episodio, infatti, si emanciperanno dalla genialità per sposare l’abilità, il talento, le sonorità influenzate maggiormente dal blues. Tornando a quel periodo, il 1968 rappresenta anche l’anno della defezione illustre: quella di Syd Barrett. Il componente fondamentale, che in seguito definiranno “diamante pazzo”, all’epoca della composizione del secondo capitolo aveva più la forma di una massa cancerosa iridescente. 

Il “fantasma” ingombrante di Syd Barrett 

Il contributo dato da Barrett per la composizione dell’immenso (e siamo pronti a scriverlo a caratteri cubitali)  disco di esordio,  in questo capitolo sarà solo un lontano ricordo.  Syd sarà impiegato per tre brani su sette, in questo lavoro, ricoprendo il ruolo di “comprimario di lusso”. 
Il suo lascito agli altri quattro, qualora The Piper At The Gates of Dawn non fosse stato sufficiente, sarà sicuramente memorabile: cannibalizzerà la scena con il capolavoro finale che è Jugband Blues. Ma, mettendo da parte temporaneamente il pezzo finale di A Saucerful Of Secrets, ciò che più risulterà palese in questo LP sarà proprio il cambio di registro dei cinque.
Questo comprende l’ambito compositivo, dove tutti acquisteranno maggior indipendenza con l’arrivo di Gilmour; sul piano tematico: le favole intrise di misticismo nero, gli astro-vagiti, le vignette grottesche che rendevano così divertente Piper At The Gates Of Dawn diverranno solo un ricordo. Ci proveranno sicuramente anche qui a dissacrare il senso comune: un esempio ne è Corporal Clegg, l’episodio forse più vicino agli esordi. La favola irriverente del Caporale Clegg è salvata da un irresistibile kazoo suonato da Gilmour nel ritornello: con Syd ai margini il risultato è a metà tra un esercizio di stile e una parodia.
Barrett era l’artefice di quel mondo colorato, polimorfo e anticonformista: il suo addio e l’arrivo di Gilmour coincideranno con il lento maturare della “fase adulta” della band. La psichedelia diverrà seria, fumosa, sempre più vicina al gusto dei frequentatori di salotti borghesi. 

I Pink Floyd e il loro A Saucerful of Secrets e salutano Barrett: un ponte verso l’eternità  

A Saucerful Of Secrets comincia con un canovaccio già noto: il giro di basso vorticoso di Waters, che sa di déjàvu, ci introduce a Let There Be More Light. La opener è un brano che doveva finire nel primo album, ma che si ritrova ad aprire con la giusta enfasi il disco. Segue Remember A Day: traccia bipolare scritta da Rick Wright e “disturbata” energicamente da Barrett alla slide guitar. Set The Controls For The Heart Of The Sun è l’unico brano, nella Storia dei Pink Floyd, a vedere i cinque tutti coinvolti.
Incalcolabile l’influenza che questa cupa traccia spaziale ha avuto sulle generazioni future: dai Flaming Lips ai Warlocks, è entrata nell’inconscio collettivo con i suoi principi alchemici. Dopo Corporal Clegg, e la presa d’assalto più o meno riuscita della morale borghese, arriva il momento di tremare con la title track. A Saucerful Of Secrets assomiglia più a un ponte che a un pilastro, considerando che i britannici pubblicheranno la sperimentazione fatta ad album (Ummagumma) un anno dopo. Allo stesso modo, più che una suite extralusso, si tratta di una cosmogonia: dodici minuti fanta-orrorifici che testimoniano il cambio di rotta totale dei britannici . Nella prima fase del brano un corpus di suoni, apparentemente senza capo né coda, tormenta nelle viscere senza dare scampo. Illude di poterti rivelare ogni genere di informazione, prima di farti divenire scarto cosmico.
La seconda parte del brano è caratterizzata soprattutto dalla celebrazione, con l’Organo Hammond, del funerale di chissà quale divinità pagana. I cori in chiave gospel, a quel punto della composizione, non possono che infondere una serenità disorientante. Cosa è capitato? Difficile da descrivere. La traccia eponima meriterebbe una analisi a parte, essendo una delle composizioni più grandi di quel periodo musicale: qualsiasi giudizio di natura etica o estetica sarebbe solo fuorviante. Il celeberrimo Live at Pompeii , qualche anno più tardi, ci fornirà una versione dal vivo mostruosa del pezzo, impreziosita da una location irreale. Il brano successivo, See Saw, serve soprattutto a riprendersi dal trip con un pizzico di leggerezza, e anticipa quello che sarà l’addio di Syd ai Pink Floyd.

Io non sono qui 

La ciliegina finale, su un lavoro così importante, non avrebbe potuto che metterla Barrett con la sua Jugband Blues.È molto cortese da parte vostra pensarmi qui/E vi sono molto obbligato per aver chiarito che io non sono qui” intona sarcasticamente il cantautore britannico, accompagnato dalla sua chitarra acustica, nei primi versi di quello che è il suo testamento artistico coi Pink Floyd.
Proseguendo, il brano è una follia che sembra essere stata concepita da Lewis Carroll, e che lascia non pochi malumori. Consapevoli di ciò che è successo in seguito, non possiamo fare altro che interpretare univocamente quelle parole. Jugband Blues, d’altro canto, racchiude nei suoi tre, brevi minuti, anche alcuni sprazzi delle sonorità orchestrali che saranno peculiari in Atom Heart Mother. Parafrasando le parole di Nick Mason del 2014: A Saucerful Of Secrets sarà anticipatario di gran parte delle tendenze stilistiche che i Pink Floyd adotteranno nei decenni a venire.
È chiaro come A Saucerful Of Secrets, come il titolo suggerisce, nasconda più di un segreto. Tuttavia, è innegabile che il fantasma di Syd Barrett, che vaga indisturbato all’interno del disco, sia la prima motivazione a rendere questo disco così ambiguo. Barrett, ormai quasi del tutto annientato dall’LSD, avrà modo di pubblicare i suoi due album solisti nel 1970 (con l’aiuto di Gilmour e Wright). L’artista darà alle stampe The Madcap Laughs e Barrett.
I Pink Floyd pubblicheranno due album spiritualmente “figli” di A Saucerful of Secrets: il secondo disco di Ummagumma (1969) e Atom Heart Mother (1970), prima di trovare El Dorado con The Dark Side Of The Moon (1973). Ma questa, è un’altra storia.
Vincenzo Papeo 

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