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‘Gulag Orkestar’, il valzer balcanico dell’One-man Orchestra diventato Beirut

Gulag Orkestar è il primo album di Zach Condon, in arte Beirut, pubblicato da Ba Da Bing il 9 Maggio del 2006.

09:50:12  – 11/05/2021


 

Fuga

In questo suo esordio come nei lavori successivi, è facile notare come il tema delle città, dei luoghi, ricorra nei titoli delle canzoni di Beirut. Sognare, fantasticare su posti lontani da quello in cui si è nati e cresciuti non è certo una stranezza, specialmente in età
adolescenziale, però non sono in tanti a mollare tutto per raggiungere i luoghi oggetto di tale fantasticazione.

Santa Fe, una popolazione di nemmeno centomila abitanti, appollaiata su un’altura a più di 2000 metri in mezzo al New Mexico, deve essere sembrata terribilmente piccola a Zach Condon, che già da ragazzino combatteva con l’insonnia passando nottate intere circondato da strumenti musicali. A sedici anni quindi, insieme al fratello abbandona il liceo e va in Europa per 4 mesi, dove scoprirà i sonirità balcaniche che ispireranno Gulag Orkestar.

Beirut, l’One-man Orkestar diventato band

Il nome dell’album è bellissimo e senza dubbio evocativo, ma non ci potrebbe essere titolo più ingannevole: Zach al tempo dell’est Europa aveva visto ben poco, e i numerosi strumenti che compongono l’orkestar che possiamo sentire all’interno dell’album li suona
tutti lui. Fisarmonica, mandolino, ukulele, organo, piano, voce e tromba, unico strumento per il quale riconosce di aver avuto un minimo di formazione classica. Tutti strumenti da quattro soldi, registrati e suonati in maniera amatoriale, contribuendo al sound di ramshackle orchestra (orchestra sgangherata, ndR), che citerà anche successivamente come obiettivo delle performance live con la band.

Eppure l’inganno funziona. Già dalle prime tremule note di tromba che aprono la title track veniamo trasportati in un reame sonoro terribilmente specifico e di struggente bellezza che ad ogni passo si riempie di nuovi suoni, e che, una volta che si unisce anche la voce di Zach, ci immerge in una poetica marcia funebre.

In questa come nelle altre tracce che seguiranno, le parole cantate sono quasi inintellegibili, spesso sommerse dagli altri strumenti, parte anche loro della melodia, che è poi il punto focale delle composizioni di Beirut. La voce non è altro che l’ennesimo degli ottoni che entra ed esce dalla traccia, a volte guidandone lo sviluppo, altre andando ad arricchire l’atmosfera sonora, sommersa da altre sue istanze in una serie di linee melodiche che si accavallano, e si sorreggono l’un l’altra, come ad esempio nella ricchissima Rhineland (Heartland), una delle canzoni più belle del disco.

Il suono della nostalgia

Lo stile di Beirut prende molto in prestito dalla musica folk balcanica, ri-arrangiandone alcuni elementi fondativi e rendendoli di più facile fruizione per un pubblico occidentale, senza però alterarne i tratti che vanno a toccare la sfera emotiva. Sarà che automaticamente a questo tipo di arrangiamenti siamo abituati ad associare un tempo passato, più vicino a quello dei nostri nonni che non al nostro; sarà che la voce calda di Condon sembra così fuori dal tempo (e di certo non la voce di un ragazzo appena maggiorenne), ma facciamo fatica a non provare della nostalgia ascoltando alcuni dei brani di questo album.

L’ukulele solitario all’inizio di Postcards from Italy è l’esempio più lampante della facilità con cui Beirut riesce ad evocare questo complesso sentimento: giusto pochi accordi, poi entra la voce nel suo lamento amareggiato seguita dagli altri strumenti e la magia si compie nuovamente.

Questo forse non è nemmeno l’album migliore della carriera di Beirut, ma è necessario sottolinearne l’importanza, l’originalità e la straordinarietà; perché non ci sentiamo di poter usare altri aggettivi se non “straordinario” per descrivere un lavoro nato dalle attività notturne di un adolescente insonne di Santa Fe che, con una manciata di strumenti malandati, è riuscito a incarnare i suoni e le atmosfere di una cultura musicale a migliaia di chilometri di distanza e farli suoi, per poi dirigerli nella sua personalissima orchestra
immaginata.

Matteo Cioni 

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