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Folk di strada per nevrosi punk: l’esordio fragoroso dei Violent Femmes

 

14:52:34  –  13/04/2020

La genesi 

Se sogni di essere Lou Reed ma vivi a Milwaukee, la città dell’Harley Davidson e delle famiglie spensierate di Happy Days, e oltretutto i Sixties sono passati già da un pezzo, qualcosa ti devi pure inventare. Come minimo devi sceglierti molto bene quelli con cui dividere questa sventura e a Gordon Gano la sorte (o la determinazione, scegliete voi la
versione della storia) ha portato in dono l’incontro con altri due appassionati di rock‘n’roll.

Brian Ritchie al basso e Victor De Lorenzo alla batteria hanno messo su una band e cercano il terzo uomo, chitarrista e anche cantante. Quale occasione migliore per dare una scossa a una vita di sogni in costante rischio torpore per un giovane dilettante pieno di ardire, come lui? Ma Gordon Gano non sarà solo il membro acquisito: finirà per marchiare indiscutibilmente con la sua personalità, la sua voce nasale strascicata, i suoi testi post-adolescenziali ai limiti del nonsense l’intero baraccone.

Inventarsi buskers

Baraccone, sì. Perché se non ci sono posti dove suonare, nella tua città, puoi fare due cose. Lamentarti dalla mattina alla sera per la sorte ingiusta che ti è toccata o mettere su un baraccone di strumenti e voglia di suonare, e portarlo in giro dove meglio capita. Così coffee houses e angoli della strada diventano i tuoi palchi ideali, e pazienza se non c’è
nessuna Factory ad accoglierti, basta il furore dei tuoi vent’anni a dettare le regole.

Gli strumenti sono messi su alla bell’e meglio, rigorosamente acustici, con una batteria fatta di un secchio, due spazzole e un rullante e un basso suonato in modo sghembo e virtuoso, preso direttamente dalla traduzione mariachi. E poi, se suoni per strada, finisci per far parte di in un mondo di derelitti, di prostitute e papponi, di affari loschi a farti scorrere qualche brivido sulla schiena, in una città anonima, modello fin troppo industriale e borghese.

Furore e tradizione: il folk-punk

Se quello è il lato che ti sei scelto, il nome non può che richiamarlo: Violent Femmes, quello che in slang sta ad indicare i travestiti che si prostituiscono per la strada. E non puoi che suonare punk. Un punk acceso su un letto di tradizione, di musiche anche loro prese dal basso, accanto agli sconfitti del Novecento. Il grande poema americano non può prescindere dal folk, da poche, semplici note e parole messe insieme per denunciare il degrado degli umili.

Nella musica dei Violent Femmes non c’è traccia di questo antico afflato, ma rimane l’urgenza di canzoni senza tempo e senza fronzoli, costruite per rimanere in testa, novelli cantori di una generazione che semplicemente non ci stava. Punk, perché non sapeva minimamente dove andare, cosa chiedere, cosa cercare, ma voleva esserci. E per farlo non aveva bisogno di nessun progetto, nessun intellettualismo: bastava uscire in strada a cantare di sé.

Ritmi frenetici e nevrosi post-adolescenziale

Quel “sé” erano quaranta minuti di canzoni incredibili. L’esordio omonimo del 1983 dei Violent Femmes è un portento di energia, freschezza, immediatezza. Gordon Gano scrive canzoni che parlano di rabbia, solitudine, frustrazione e ormoni in subbuglio in un disco che si apre con poche semplici ingredienti: un passaggio indimenticabile di basso e due tocchi secchi di batteria. E la grandezza di tutto il disco sta proprio qui.

Spiegare cosa ci sia di fenomenale in questi passaggi è davvero difficile: semplicemente funzionano. Blister in the sun sarà il loro pezzo forte, la canzone che tutti conoscono, ma è anche fuorviante sul resto del disco. A mettere le cose in chiaro ci pensa la successiva Kiss Off: con il suo ritmo nevrotico sembra essere sempre sul punto di cadere rovinosamente, mettendo in fila tutti i motivi per cui la vita fa schifo a 18 anni, con quel fatidico e finale “Everything!Everything!”.

Dopo la solare preghiera di Please Do Not Go, riprende il tono più strisciante declinato sul tema dell’amore frustrato con Add it Up, Confessions e Prove My Love che soltanto a tratti sembra prendere toni meno deprimenti. Quando sul finale fa la sua comparsa sulla scena Gone Daddy Gone ci trova quasi spiazzati: si viene investiti da una frenesia improvvisa, con quel xilofono a puntellare la melodia in una corsa velocissima verso chissà quale precipizio. E invece ci arriva in soccorso l’inattesa e morbidissima Good Feeling, a chiudere i giochi con una luce di speranza.

Conclusioni 

E quella bambina, dalla copertina del disco, che si affaccia su una finestra decadente con la sua veste candida, alla fine, sembra non farsi poi tanto male. Tutto sta nell’aprire il pertugio e attraversare la stanza che vi si apre, con tutti i rischi e i precipizi del caso. La vecchia, cara storia dell’adolescenza insoddisfatta qui travalica la sua misera prevedibilità e diventa uno dei debut-album più belli di sempre.

 

Patrizia Cantelmo 

 

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