In Live Report

Foals – 16 maggio, Fabrique (Milano)

 

Giovedì sera, dopo ben due anni – e dopo aver perso un bassista per strada – hanno fatto ritorno in Italia i Foals, al momento tra le band più quotate nell’ormai ridotta scena indie rock inglese, forti del successo del loro ultimo lavoro Part 1, Everything Not Saved Will Be Lost. Le premesse per un gran concerto c’erano tutte, ma non credevo di ritornare a casa con lividi sulla schiena, scompensi respiratori e acido lattico ovunque.

Arrivo in fila attorno alle 20:15 e chiacchierando mi accorgo di quanti stranieri siano arrivati a Milano proprio per il live di stasera. Il locale è pieno ma non sold out, quindi la serata è perfettamente godibile da qualsiasi angolazione. Sono molto entusiasta di vedere tantissimi adolescenti fra il pubblico, ragazzini con il logo della band stampato grande sulla t-shirt, alcuni accompagnati dai genitori. Una platea molto varia, sia per età che per provenienza: più che un live, un rito collettivo.

Il concerto si apre alle 21 e 30 con la tranquilla On The Luna, giusto il tempo di scaldare i motori e ingranare la marcia: la formazione allargata a sei membri, infatti, da Mountain At My Gates in poi, passando per le My Number e Red Socks Pugie, non concede neanche un secondo per respirare al pubblico, in delirio. A partire dalle prime file fino in fondo alla sala, i ragazzi saltano, ballano, formano moshpit a ripetizione e urlano i ritornelli uno dopo l’altro. 

Ritmi serrati, riff taglienti e ossessivi, sudore e tanta tanta energia. Con Syrups e l’intensa Spanish Sahara ci si riposa, c’è chi si siede per terra, ma dura un attimo, tempo due canzoni e i fan riesplodono. Senza esclusioni di colpi, infatti, i Foals rianimano la platea crescendo di pezzo in pezzo, un riscaldamento per il finale con tripletta incendiaria: Inhaler, What Went Down e l’attesissima Two Steps, Twice (intonata dal pubblico ancor prima che i ragazzi salissero sul palco). Yannis si arrampica più volte sulle transenne, ringrazia il pubblico (“If only every date could be in Italy”, “Thank you so fucking much”, ripetuto almeno venti volte) e lancia un “Vaffanculo!” in perfetta pronuncia italiana.

In poco più di un’ora e mezza la band ha proposto, senza attimi di tregua, un live perfetto. Un rollercoaster ad altissima adrenalina: si sale e si scende, continuamente, e si finisce per rimanere senza fiato. 

 

Michele Ruggiero 

 


Questa la scaletta della serata: 

On the Luna
Mountain at My Gates
Snake Oil
Olympic Airways
My Number
Black Gold
Sunday
Syrups
Providence
Spanish Sahara
Red Socks Pugie
Exits
In Degrees
White Onions
Inhaler

What Went Down
Two Steps, Twice

Nessun Commento

Lascia un Commento