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‘Crazy Rhytms’, i ritmi pazzi dei Feelies compiono 40 anni


Crazy Rhythms è l’album di debutto del gruppo musicale statunitense The Feelies. Venne pubblicato nell’aprile del 1980 dalla Stiff Records

 

17:18:22  – 30/04/2020

What Goes On?

“6000 crazies, this is the new wave” cantava nel 1978 quello strano personaggio che all’epoca si faceva chiamare Spizz Oil. Era così. Dopo che il terremoto punk aveva liberato energie creative troppo a lungo represse, migliaia di giovani si erano trasformati in scienziati pazzi, intenti a cercare combinazioni sonore che suonassero fresche e inaudite.

Nello specifico quattro nerds di Haledon, New Jersey, si posero la domanda: “che accade se si accelera al massimo la struttura rock minimale velvettiana?” La risposta è Crazy Rhythms, disco d’esordio dei Feelies che compie 40 anni questo mese. I Feelies, che all’epoca erano Glenn Mercer, Bill Million, Keith DeNunzio e Anton Fier, erano le più improbabili delle rockstars. Coi loro maglioncini, capelli pettinati per bene e occhiali sembravano più studenti di filosofia. Ma ci davano dentro di brutto.

Ritmi pazzi

Crazy Rhythms non inventa niente, si muove nel solco di una tradizione che comprende i Velvet Underground, i primi Modern Lovers, i Television, i primi Talking Heads. Ma la scarnificazione del suono e la velocità di esecuzione fanno sì che il tutto suoni estremamente innovativo.

L’iniziale The Boy With The Perpetual Nervousness introduce perfettamente il mood schizzato e metropolitano del disco. Fa Cé-la, il primo singolo pubblicato, invita a danze scomposte. Appena un po’ più riflessiva è Moscow Nights, che ricorda i coevi Young Marble Giants. C’è spazio anche per una cover dei Fab Four, Everybody’s Got Something To Hide (Except Me And My Monkey), che rimanda al trattamento riservato a Satisfaction degli Stones dai Devo. La title-track chiude ribadendo il concetto.

Rallentando

Al disco segue un silenzio discografico che dura 8 anni. Il ritorno con The Good Heart mostra una band che ha mantenuto la struttura di base rallentando notevolmente i ritmi, e suona più bucolica e meno metropolitana. Così più o meno è rimasta, fino ad adesso. Quella che non è mai cambiata è la qualità dei dischi, ottima allora come ora.

 

Gabriele Marramà 

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