In Live Report

Club To Club 2019

Qualche giorno fa un torinese mi ha spiegato le qualità della Barbera, il vino piemontese che la sua famiglia produce e custodisce gelosamente nelle cantine di casa. Diceva che è la bevanda dei ceti bassi, che i contadini e gli operai bevevano ai pasti; nasce dalle profondità sotterranee e decanta a lungo per trasformarsi alla fine in un vino corposo, scuro, terrigno. La poesia di Torino sta tutta in questo processo misterioso: in una città così modesta e raccolta hanno fermentato i più grandi processi industriali, letterari e artistici d’Italia. E nei giorni più esoterici e ovattati dell’anno, quando il buio comincia a prevalere sulla luce e una nebbia cala sui palazzi e le montagne scure che la circondano, Torino diviene sinonimo di Club To Club. Come la Barbera, questo festival capta e intercetta tutte quelle impercettibili correnti sotterranee che percorrono senza sosta la musica d’Europa e di tutto il mondo, e le rigurgita in forma inaspettata sui suoi palchi, dove diffonde da quasi vent’anni la luce al buio del panorama musicale. Club To Club è un macroevento sfaccettato di panel, concerti, eventi e dj set diffusi su tutto il tessuto torinese, dal nucleo centrale di Lingotto Fiere, a Porta Palazzo, alla Reggia di Venaria. Se la lineup di quest’anno a molti sarà sembrata un passo indietro rispetto ai grandi nomi dell’anno scorso (non a caso è la Season 2 dello slogan del 2018 La luce al buio, in riferimento all’esibizione 2017 con cui Nicolas Jaar citando Battiato aveva iniziato il suo set), è evidente ancora una volta che solo su questi schermi si proiettano le proposte più avanguardistiche della musica.

a cura di Gaia Carnevale e Michele Ruggiero


Venerdì

Ne sono una dimostrazione i 72 Hours Post Fight, che si esibiscono sul Crack Stage nelle prime ore della giornata del venerdì. La mescolanza magnetica di improvvisazione hip-hop, elettronica e jazz rimanda a certe sonorità di The Comet Is Coming, il trio londinese che ha suonato il giorno dopo sullo stesso palco. Il viaggio prosegue in direzione del Main Stage, perché è arrivato il momento di James Blake. Lo show si apre con la title-track dell’ultimo album, Assume Form, che preannuncia un live intimo e sofisticato. Il palco è occupato solo marginalmente da Blake, che si siede al pianoforte lasciando il centro al suo batterista, subito seguito da Rob McAndrews ai sintetizzatori, chitarra e violoncello. Nonostante qualche inconveniente tecnico durante I’ll Come Too, Blake dà prova di saper gestire la situazione coinvolgendo il pubblico con nonchalance. La performance è straziante e autentica: ancor più che nei suoi album, questo artista dimostra dal vivo la sua capacità sorprendente di mettersi a nudo. La sua voce è calda e vibrante anche durante una versione arpeggiata di Are You In Love, mani giunte dietro la schiena e completamente esposto davanti a migliaia di persone mentre dichiara apertamente le sue paure e le sue fragilità emotive. Lo show si evolve progressivamente dalla melodia all’ipnosi, per rivelare un volto inaspettatamente cupo e ammaliante, allontanandosi di molto dalla caratteristica delicatezza della sua composizione. Chiude un momento solista al pianoforte, che costringe il compositore britannico a chiedere un po’ di silenzio a una fin troppo entusiasta platea per eseguire in piena concentrazione la cover di Don McLean, Vincent. 

Di tutt’altra pasta sono fatti i Battles, che suonano nel frattempo nell’altra sala: John Stanier percuote rissosamente ma con la consueta precisione millimetrica la batteria e il crash a un’altezza vertiginosa, mentre Ian Williams intesse complicate melodie alle tastiere e alla chitarra. Ci guarderemo bene dal chiamarli una band math-rock, da quando Stanier nel panel per il trentennale della Warp Records ha dichiarato la sua repulsione per questa etichetta di genere; ma è certo che la nettezza e la scansione geometrica delle architetture sonore sia sorprendentemente sperimentale e avanguardistica, oltre che di una potenza inaudita. Il viaggio al centro della notte prosegue con il main act di Flume in una sala gremita di entusiasti. Le aspettative sono molto alte: il mixtape di quest’anno ha rivelato un volto inedito del produttore australiano, che avvalendosi di collaborazioni freschissime (JPEGMAFIA, Slowthai, SOPHIE) sembra preannunciare una svolta avant-garde di alta qualità innovativa.

 

Il live in effetti comincia con la prima traccia di presentazione Hi this is Flume, ma è subito seguita dalla comparsa sugli schermi di scritte Flume rosso fuoco dal font vistoso e improbabile e colonne di fumo sparate all’improvviso in verticale. A differenza degli artisti precedenti e soprattutto – spoiler – di black midi, Harley Edward Streten interagisce continuamente con un pubblico in visibilio mentre infila Lovesick di Mura Masa e un paio di ospitate per Never Be Like You e Friends su una linea di EDM ed electro-house tendenzialmente molto divertente, ma (per citare il motto di Club To Club) decisamente più pop che avant. È tempo di ascoltare la band rivelazione del 2019, che questo festival, a conferma della sua fortissima carica innovatrice, ci porta per la prima volta in Italia. Black midi sono quattro ragazzi londinesi inarrestabili: con una disinvoltura sorprendente per la loro giovanissima età imbracciano gli strumenti dimostrando una padronanza completa, eppure sono bombe a orologeria meccanica.

I ragazzi che assistono sotto il palco cominciano a pogare quasi subito, mentre batteria, basso, chitarre e voce si destreggiano tra poliritmi e tempi composti complicatissimi. Mettete insieme la precisione glaciale dell’eredità post-punk dei Gang Of Four, uno stile vocale che mescola quello del Lydon dei PIL in una lingua che è inglese ma sembra inventata di sana pianta, sperimentazioni prog rivisitate e una controtendenza totale rispetto alle direzioni canoniche della musica di oggi (l’uso delle sole minuscole per il nome della band e dei titoli delle canzoni): otterrete una delle migliori formazioni in circolazione. La chicca finale, anche questa tipicamente targata Club To Club, che l’aveva portato anche alla preview milanese al Gucci Hub, è il produttore tedesco Skee Mask. I suggestivi maxischermi di questa edizione ospitano speciali visual di Weirdcore, l’artista che aveva già animato il live spettacolare di Aphex Twin dello scorso anno. Soundscape sonori e visivi che veicolano un’IDM sperimentale tra techno e ambient di cui godere come perfetta chiusura di una nottata memorabile.

Gaia Carnevale


Sabato 

Il sabato di Club To Club comincia per noi durante il pomeriggio: assistiamo infatti prima a un incontro col collettivo Napoli Segreta, i quali aprono le danze donando fiori ai presenti – altissimo momento di cazzeggio mascherato da rito magico – poi a un’intervista speculare al “King” Shabaka Hutchings, sassofonista di spicco della scena jazz-alternativa inglese, e 72 Hour Post-Fight, italiani, giovanissimi, ma già noti e rispettati per i loro esperimenti musicali tra jazz elettronico e hip-hop di massa (vedi alla voce Massimo Pericolo). Appuntamenti entrambi molto interessanti, utili a farci entrare nel mood adatto per la serata. Dopo aver cenato al volo, ci muoviamo quindi in direzione Lingotto.

 

Superati tranquillamente i controlli all’ingresso, ci fiondiamo verso il Light Over Darkness Stage nel momento in cui salgono sul palco i Desire: band “sorella” dei più noti Chromatics, stessa etichetta, stessi membri (a parte l’avvenente frontman Megan Louise), quasi stesso sound, ma proposto in una versione più blanda e francamente poco convincente, nonostante il carisma e la credibilità di Megan. Un live che dunque non ci cattura, tanto che preferiamo spostarci verso il Crack Stage (in teoria, palco minore, in realtà uno stage di tutto rispetto – quello che ci ha regalato più soddisfazioni nella serata di sabato), su cui si esibiscono con un ibrido live/DJ gli emergenti Blinky, duo milanese composto da 50€ e Chiamu, che invece convincono eccome. Techno sguaiata, divertente e trascinante: unica nota dolente, l’orario, sicuramente poco adatto per una performance energica come la loro. I Chromatics sono all’ultima data del Double Exposure Tour e sul main stage del Lingotto si respira aria di arrivederci. L’esibizione della band di Portland è segnata da un dream-pop sfumato che strizza l’occhio a un’estetica patinata e decadente nei visual suggestivi proiettati sugli schermi, in cui Ruth Radelet è la musa assoluta. Il suo volto da bambola in primo piano, immagini di rose rosse e candele accompagnano brani mormorati nella penombra e momenti di trance collettiva. Notevole l’installazione visuale e sonora immaginifica prima dell’encore e il gran finale, in cui il produttore Johnny Jewel si prende con un certo autocompiacimento l’ultimo applauso e l’onore e di far partire in chiusura la registrazione della cover di Girls Just Wanna Have Fun. Un carismatico e impeccabile Helado Negro scalda il pubblico a dovere prima dell’ingresso dei veri fuoriclasse della serata, i The Comet Is Coming. Capaci di portare dal vivo un tipo di musica assolutamente non definibile, a cavallo tra techno, space rock, jazz e chi più ne ha più ne metta, propongono un’ora serratissima di delirio totale, col piede piantato sull’acceleratore. Shabaka Hutchings fa acrobazie col suo sax, mentre Danalogue e Betamax mandano il pubblico fuori di testa, in un perfetto connubio tra improvvisazione, rivisitazione e perfetta esecuzione dei loro pezzi forti. Siamo talmente rapiti che, sul finale, ci rendiamo conto di aver perso gran parte dell’esibizione di Floating Points, purtroppo in contemporanea sull’altro palco. In generale, le sovrapposizioni tra artisti durante tutto il Club To Club sono state motivo di lamentela da parte di quasi tutti, ma ahimè, è la dinamica inevitabile di qualsiasi festival.

Torniamo quindi sotto il Crack Stage, dove si esibiscono uno dopo l’altro Issam, trapper marocchino, e subito dopo l’altra grande bomba della serata: SOPHIE. Complice un gioco di luci e laser davvero impressionante, anche l’artista scozzese convince tutti: ritmi da club provenienti dall’anno 3000, ritornelli appiccicosi e soprattutto tanta tanta roba inedita, probabilmente il punto forte di ogni live di SOPHIE, sempre diversi, sempre sorprendenti. Probabilmente è l’esibizione che meglio aderisce allo slogan del festival: SOPHIE è vero avant-pop. Si arriva quindi fino alle sei di mattina sulle selezioni di Sama’, dalla Palestina con furore, e, a sorpresa, Kode9, mente dietro alla storica etichetta Hyperdub, ormai habituè del C2C.

In generale, rispetto agli altri anni, abbiamo ascoltato meno pestoni (citando testualmente alcuni presenti), insomma, meno techno da ballare sotto cassa, e più musica da ascoltare, il che è anche giusto, in un’ottica di differenziazione dal “cugino” elettronico torinese Movement Festival. Concludiamo comunque il nostro Club To Club al di fuori del Lingotto, probabilmente nel migliore dei modi: dalle 6.30 alle 8.00 infatti va in scena al Museo Lavazza la “Unusual Breakfast”. Tra un cornetto al pistacchio e un disco di Chaka Khan, ci godiamo le prime luci del mattino col meraviglioso e poliedrico DJ set di Floating Points prima, e di Loose Trax dopo, perfetta conclusione per un festival che tra alti e bassi riesce sempre a stimolare il proprio pubblico (uno dei punti forti del C2C a nostro parere, un pubblico molto variegato, internazionale e reattivo) e a spingere sempre più in alto l’asticella dello standard festivaliero italiano.

Michele Ruggiero – Gaia Carnevale 

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