In Live Report

Built to Spill – 26 maggio, Santeria Toscana (Milano)



Ultima data italiana del tour europeo dei Built To Spill che tornano a Milano, presso la Santeria Toscana 31, per celebrare i vent’anni del disco Keep It Like A Secret, vero e proprio manifesto travolgente della musica indie rock di fine anni ‘90. È il quarto album per la band di Doug Martsch firmato con la Major Warner.

È una domenica di fine maggio, ormai dovrebbe essere primavera inoltrata e invece la città ci riserva un clima del tutto autunnale. Non ci vogliamo pensare, almeno per ora, ed entriamo per festeggiare questo attesissimo revival. La sala è colma e notiamo subito che il pubblico si divide tra giovani emozionati che indossano t-shirt della band in questione, probabilmente scoperti grazie agli ultimi album, e vecchi fedeli. Il frontman Doug Martsch sale sul palco per dare un’ultima accordata alla chitarra e sistemare il controller. Si fa attendere solo una manciata di minuti e ritorna sul palco accompagnato da una seconda chitarra, batteria e basso della formazione degli Oruã, band sudamericana e gruppo spalla del tour che purtroppo non abbiamo avuto il piacere di ascoltare.

D’altronde sappiamo che i Builts sono una band dall’ensemble mutevole e che, come aveva già dichiarato Martsch, ogni progetto prevede cambi di formazione. Scenografia praticamente assente, luci suffuse, tutto ridotto ai minimi termini come nel vero stile anni ’90. Assistiamo a circa due ore di concerto dove la protagonista principale è la mera esecuzione di melodie apparentemente pop ma nella realtà complesse e perfette.

 


Time Trap, brano melodico e dai vari cambi di sonorità, apre lo spettacolo della band. Subito a seguire le chitarre esplosive di Bad Light ci fanno ciondolare la testa. You Were Right è la canzone, cantata con sofferenza, che immediatamente associ ai Builts grazie al timbro nasale e unico di Martsch. La scaletta prevede l’esecuzione dell’album per intero, non rispettando l’ordine della tracklist. Il cantante continua ad alterare con il pedale della sua chitarra ogni brano eseguito. A volte li stravolge, regalandoci così anche un po’ di buona musica psichedelica. A metà concerto eseguono Sidewalk, che è la classica canzone rock piacevole e dal ritornello orecchiabile che il pubblico canta in coro. Ci inoltriamo verso la fine con l’assolo di The Plan, che ci fa ricordare quanto Doug Martsch sia un vero virtuoso della chitarra.

Per tutto il concerto ci è piaciuta la complicità che è riuscito a creare con il basso. Senza mai sovrastarlo, ha costruito melodiche architetture. Un po’ troppo fiacchi, probabilmente, gli altri membri che lo hanno accompagnato. Siamo rimasti colpiti da come Martsch fosse totalmente immerso nella sua performance musicale. Poche parole al pubblico, solo un paio di ringraziamenti, tenendo gli occhi chiusi per tutto il tempo. Uno stato da non confondere con l’atteggiamento del disagio da anti-star: è solo il carattere di un musicista che, nel tempo, ha edificato un’eccellente reputazione come chitarrista indie rock, mettendo al centro esclusivamente la musica. Tutto il resto non conta, sono fronzoli. Una sorta di freddezza che riesce a catturarti. Con l’encore ci regalano altri cinque brani, uno dei quali si rivela essere una cover dei R.E.M., Harborcoat, che in pochi hanno riconosciuto. Una chicca per intenditori. 

 

Chiara Sergio 


 

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