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Atom Heart Mother, la strada progressive dei Pink Floyd

Atom Heart Mother è il quinto album in studio dei Pink Floyd, pubblicato nel 1970. Il mixaggio fu opera di Peter Bown e Alan Parsons.

11:19:34  – 04/10/2020


 

Alla ricerca di nuove soluzioni – qualcuno direbbe invece, confusi – i Pink Floyd si dotano di coro e orchestrali, per una scommessa che rimane unica nella loro carriera. Atom Heart Mother (pubblicato dalla EMI) è l’album che ha messo a dura prova i fan della prima ora, quelli della psichedelia senza compromessi. Benché tracce evidenti, anzi corpose, non manchino neppure sul quinto disco della band.

Orchestral manouvers before the dark (side of the moon)

Dopo due album che hanno contribuito a dettare le coordinate della psichedelia, una colonna sonora, e un album mammoth – Ummagumma – che pur sancendo il legame col passato guarda in avanti e molto lontano, i Pink Floyd si fanno sedurre dal prog rock. In particolare da quello che è un po’ il trend del momento, l’utilizzo di una orchestra a proprio uso e consumo, il sogno di ogni rocker: sentirsi sul podio anche più in alto del direttore, magari utilizzare gli azzimati strumentisti secondo i propri iconoclasti costumi (sonori) così poco ben disposti alla musica ‘colta’; un po’ come barbari – frastornati, divertiti, irritati – al cospetto dell’arte classica.

Atom Heart Mother, il flusso progressive dei Pink Floyd

I Pink Floyd non sono barbari, non più di qualunque altra rock band che abbia fatto la storia della musica giovanile – e paragonare la Classica al rock è come confrontare la cultura americana a quella europea: migliaia di anni rispetto a pochi secoli –, ma coro e orchestra li piegano alle loro elaborate mattane come qualunque altra rock band non ha fatto.

Anche se Atom Heart Mother (Suite) è in verità qualcosa di molto più scorbutico, che nasce da una serie di sketch ai quali i Floyd non riescono a dare forma compiuta, tanto da invitare Ron Geesin che aveva collaborato con Nick Mason per Ummagumma ed era poi diventato compagno di gioco – al golf – di Waters, a imbastire tutto in modo congruo. Geesin, tastierista e compositore elettronico avanguardistico – inquadrato come direttore musicale e accreditato come autore solo nella label sul lato A del vinile – lega i frammenti col ‘filo’ di 10 ottoni, 20 coristi e un violoncello.

Che in studio però si rivelano l’opposto di Lulubelle III, la pacifica vacca della copertina: dopo una serie di alterchi con gli orchestrali, Geesin sarà allontanato e John Aldiss, il direttore del coro, prenderà il suo posto. La suite è divisa in sei segmenti dalle stimmate floydiane innestati degli umori di Geesin: suoni ambientali, post-psichedelia, neo-classicismo, trombe (da giorno del giudizio), un coro che canta una (non)lingua aliena.

Breakfast in UK

La seconda facciata di Atom Heart Mother è strutturata come Ummagumma. Un brano che scala nel meditativo dettato dalla chitarra acustica di Water, If; la rigogliosa Summer ’68 che sa di Beach Boys; Fat Old Sun di Gilmour, delicatessen tutta sei corde acustiche che pattinano su una lastra ghiacciata di steel guitar, prima che la vena blues elettrica del chitarrista prenda rudemente il sopravvento. 

Ultima chicca il pastiche di gruppo di Alan’s Psychedelic Breakfast diviso in tre parti: le avventure del roadie Alan Stiles alle prese con la sua colazione, tra rumore di piatti, rubinetti che perdono, cerini che si accendono, uova che friggono e paciosi interludi strumentali. Capolavoro come molti sostengono, o flop? Dichiara David Gilmour nel 2001: “Ho ascoltato l’album recentemente; Dio, è una merda, artisticamente è il nostro punto più basso”. Ma una giornata storta, mena lucida delle altre, può capitare a tutti. 

Andrea C. Soncini 

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