27/05/2024
Pubblicato il 5 giugno del 2001, prodotto da Nigel Godrich, Amnesiac è il quinto album in studio dei Radiohead.

Pubblicato il 5 giugno del 2001, prodotto da Nigel Godrich, Amnesiac è il quinto album in studio dei Radiohead.

11:34:09  – 05/06/2021


 

Il senso del liminare in Amnesiac

Ci troviamo a cavallo tra i due millenni: un senso di predestinazione e smarrimento comune domina questo passaggio. Nel gennaio del 2000 viene pubblicato No Logo di Naomi Klein, il testo fondamentale del movimento no global, mentre sul fronte musicale esplode il fenomeno Warp con le profonde sperimentazioni degli Autechre e il successo artistico e commerciale di Windowlicker di Aphex Twin. Sui grandi schermi prorompe il fascino per la moltiplicazione dei piani di realtà e della percezione (Matrix, Truman Show, Mulholland Drive) provocato da un sempre più forte senso di alienazione.

Nel frattempo, decollano il fenomeno Napster e la pirateria online: la diffusione di materiale digitale su scala globale porta con sé una rivoluzione epistemologica e culturale. Il mondo viaggia a una velocità sempre più vertiginosa e stare al passo è sempre più arduo.

Squarciare per ricomporre

Tra il 1999 e il 2000 i Radiohead sono ancora stravolti dal successo di OK ComputerThom Yorke attraversa una devastante crisi creativa. Prende in mano la chitarra senza riuscire a scrivere più di qualche battuta, per poi lasciare tutto da parte con un grande senso di frustrazione. Intanto si riavvicina alla techno che aveva esplorato nei suoi anni da dj all’università, affascinato dalla prevaricazione della struttura e del ritmo sulla melodia e sulla voce.

Ben presto la band si spacca: qualcuno promuove il ritorno a una forma più breve e fruibile, qualcun altro rifiuta l’idea di cambiare rotta per il semplice gusto di farlo. Per uscire dall’impasse, il produttore Nigel Godrich propone una nuova modalità di composizione: cadono i ruoli prestabiliti e ogni membro della band lavora contemporaneamente alla creazione di basi e loop e alle partiture strumentali tradizionali. Per la maggior parte del tempo ciascuno lavora al suo portatile e solo una minima parte è dedicata a suonare lo strumento vero e proprio. Una gestazione lunga, travagliata e traumatica, che conduce prima a un momento di autocoscienza e risanamento, e infine a un parto gemellare.

Specularità e passaggi

Quando si parla di Amnesiac non ci si può esimere dal nominare Kid A, suo alter ego e doppelgänger. Nelle parole di Colin Greenwood, gli stessi Radiohead non sono certi che si tratti di due lavori diversi: registrati nello stesso periodo, i due dischi sono usciti a distanza di circa nove mesi. Il medesimo periodo di gestazione di un feto umano.

C’è addirittura il duplicato di un brano, Morning Bell, in versione 5/4 e poi in 4/4 con la chitarra acustica. La scelta di non pubblicare un doppio, ma due album a distanza ravvicinata, permette alla band di frantumare la tenaglia dell’estenuante alternanza album-tour e contemporaneamente sventa il rischio di indigestione per il pubblico. Ma più che scadere nella trappola di un confronto sulla qualità dei due lavori, ha senso considerarli come due facce dello stesso ingresso al nuovo secolo e a una nuova forma di sperimentazione. Un Giano Bifronte del panorama sonoro, che ha due volti speculari a sigillo dei passaggi e dei nuovi inizi. Perché se c’è un minimo comune denominatore di questa fase dei Radiohead è proprio la capacità di sperimentare e di spingersi oltre i confini prestabiliti dalle aspettative commerciali, sonore e persino interne alle dinamiche della band. Il risultato è, come sempre, sorprendentemente autentico e rivoluzionario.

Spettri e artifici

Anticipato da alcune delle tracce più fruibili (You And Whose Army, Pyramid Song) prima della release ufficiale negli USA del 5 giugno di vent’anni fa, Amnesiac poteva sembrare un ritorno alle glorie melodiche di Ok Computer. Ma finì per deludere le aspettative. I testi sono guizzi sparsi di rancore, emozione, violenza e frustrazione. La voce di Thom è contraffatta e deformata dal vocoder: l’esperimento è portato al parossismo in Like Spinning Plates, un caso esemplare del rapporto inestricabile tra umanità e macchina. Like Spinning Plates è I Will registrata al contrario, ma c’è di più: ogni parola venne tagliata e rovesciata, per poi essere incollata di nuovo insieme nel corretto ordine.

Così ogni verso risultava nell’assetto esatto. Poi fu Thom Yorke a cantare quella stessa litania assurda al contrario, imitando la sua stessa voce artificialmente ricostruita. L’artificio che incontra l’ordinario, il senso agghiacciante della confusione dei piani di realtà, umana e disumana. Un senso tanto più esasperato dalla presenza dell’onde martenot, che riproduce una voce spettrale di sirene (si veda la prima parte di You And Whose Army).

Non mancano i riferimenti al jazz di Charles Mingus (Life In A Glasshouse) me nemmeno riff di chitarra vagamente più convenzionali e a tratti eroici (Optimistic, Knives Out). A conti fatti, è superfluo cercare di trovare un senso nella chirurgica dissezione di questo album: il suo fascino risiede proprio nella capacità di riprodurre uno stato di squallore glaciale che ha molto a che fare con la perdita dell’identità. Ed è abitando questa instabilità e il senso di incertezza che essa porta con sé, che ci si può spingere oltre i confini, al di là della soglia.

Gaia Carnevale

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